Gli atti valorosi e lo stile di vita modesto di Cincinnato, così come quelli del partigiano Luchino Dal Verme, meritano di essere ricordati per la straordinaria forza morale di cui danno prova.
La storia dell’antica Roma è costellata di uomini fuori dal comune come loro, pronti a sacrificare la loro stessa vita per i propri ideali: pensa a Bruto, che uccise Cesare per combattere la tirannide, e a Catone l’Uticense, che morì lottando per la libertà.
E questi sono soltanto due tra i moltissimi eroi che incontrerai studiando la civiltà e la letteratura latina.
Al contrario, faticherai a trovare traccia di simili scelte di vita e libertà compiute da una donna.
Perché?
Dovremmo forse pensare che le donne romane fossero meno coraggiose e determinate dei loro concittadini maschi?
Scopriamolo insieme.
La condizione femminile nell’antica Roma
Come forse già sai, nella società romana arcaica le donne erano prive di qualsiasi forma di autonomia, perché le leggi stabilivano che fossero sottomesse al volere e alla protezione del padre, del marito o, se erano orfane di padre o nubili, a quella del parente maschio più vicino. Era molto raro che il diritto romano e il mos maiorum, cioè la tradizione degli antenati, permettessero alle donne di partecipare attivamente alla vita pubblica.
Fino alla crisi della Repubblica romana, l’immagine ideale della donna rimase quella della matrona, cioè della donna sposata, di origine libera, nobile, onesta, obbediente al marito, fedele e virtuosa. I compiti di una matrona si limitavano alle faccende domestiche e a filare la lana.
Nel corso dei secoli, anche quando la posizione sociale delle donne migliorò notevolmente, le matrone dei tempi antichi continuarono ad essere additate alle donne come modello di femminilità ideale da imitare.
Per limitare la libertà di scelta delle donne, si cercava di ridurre al minimo la loro cultura e il loro spirito critico. Come abbiamo visto nello scorso episodio di Scrinium, dedicato alla scuola nell’antica Roma, l’istruzione fondamentale delle giovani provenienti da famiglie benestanti era simile a quella che ricevevano i ragazzi. Tuttavia, una volta raggiunta l’adolescenza, i maschi continuavano gli studi, mentre le ragazze dovevano imparare a gestire la casa.
Questo percorso differenziato potrà sembrarti assurdo e lontanissimo nel tempo. Invece, fino a una cinquantina di anni fa anche in Italia alcune materie legate alla gestione della casa, come l’economia domestica, erano riservate esclusivamente alle bambine e alle ragazze. Per non parlare di altri paesi, come l’Afghanistan, dove i talebani hanno proibito alle donne l’accesso all’istruzione e, per garantire il loro diritto allo studio, sono nate scuole clandestine dove insegnanti e studentesse rischiano addirittura la vita.
E questo non accade soltanto nel territorio afghano: ricordi la storia di Malala, premio Nobel per la pace per aver rivendicato il diritto di andare a scuola come i suoi coetanei maschi? Ne abbiamo parlato nel secondo episodio di Scrinium.
Compito delle donne era prendersi cura della famiglia, della casa e del proprio corpo e abbigliamento, senza mai dimenticare l’importanza della modestia e del pudore, che erano considerati le virtù più importanti per una signora. Una donna perbene doveva vestirsi in modo sobrio e poco appariscente, evitando ornamenti e gioielli vistosi.
E questo ideale non ha certo smesso di influenzare l’immaginario maschile nei secoli successivi.
Ancora qualche decennio fa, nel suo grande successo Albachiara, Vasco Rossi elogiava il pudore dell’amata, descritta come una ragazza acqua e sapone, che si veste con negligenza ed evita particolari che possano attrarre lo sguardo maschile.
Per lo meno, la protagonista della canzone non passava il suo tempo al telaio, bensì a studiare!
Clelia: un esempio di coraggio al femminile
Di quale libertà poteva mai godere una donna così duramente sottoposta al controllo di un uomo? Nel migliore dei casi, avrebbe potuto aspirare a comportarsi come un uomo. Come nel caso di Clelia.
Secondo un’antica leggenda, nel 507 a.C. l’esercito etrusco del re Porsenna assediò Roma per restaurare la monarchia, crollata due anni prima. Porsenna prese in ostaggio alcune donne, tra cui Clelia. La ragazza, desiderosa di imitare l’eroico gesto di Muzio Scevola, che aveva preferito bruciare la sua mano destra piuttosto che tradire i Romani, riuscì a sfuggire alla sorveglianza degli Etruschi e aiutò le altre donne a fuggire dall’accampamento nemico.
Ergo ita honorata virtute, feminae quoque ad publica decora excitatae, et Cloelia virgo una ex obsidibus, cum castra Etruscorum forte haud procul ripa Tiberis locata essent, frustrata custodes, dux agminis virginum inter tela hostium Tiberim tranavit, sospitesque omnes Romam ad propinquos restituit.
E così gli onori attribuiti a queste gesta valorose spronarono anche le donne a compiere imprese gloriose per la patria, e una ragazza di nome Clelia, presa in ostaggio insieme ad altri, poiché l’accampamento etrusco si trovava per caso vicino alla riva del Tevere, sfuggì alle sentinelle, e, alla guida di un gruppo di coetanee, sotto una pioggia di frecce attraversò a nuoto il Tevere, e le restituì sane e salve ai parenti a Roma.
(Tito Livio, II, 13, 6, trad. di I. Gualdo)
Clelia incarna il modello ideale della donna romana. Quasi tutte le fonti che ci hanno tramandato la sua storia lodano il suo animus virilis, ovvero il suo coraggio pari a quello di un uomo.
Ricordi?
Nel secondo episodio di Scrinium abbiamo visto che la virtus, ossia il valore, per gli antichi romani era appannaggio pressoché esclusivo dei maschi. Virtus deriva infatti da vir, che in latino significa ‘uomo, eroe’.
Sempronia: emancipazione e ambizione
Con il passare dei secoli, soprattutto a partire dal periodo tardo-repubblicano, le donne romane iniziarono gradualmente ad emanciparsi, cioè a ottenere una maggiore indipendenza, sia dal punto di vista della vita privata sia sul fronte della vita pubblica. Tuttavia, è importante ricordare sempre che i racconti che le riguardano sono stati scritti principalmente dagli uomini e quindi potrebbero non essere del tutto veritieri, nel bene e nel male.
Gli scrittori di sesso maschile in genere non vedevano di buon occhio le donne che cercavano di ribellarsi a questi modelli di femminilità così rigidi e limitanti. Nel suo libro La congiura di Catilina, lo storico Sallustio descrive con grande severità Sempronia, una delle donne che parteciparono al complotto. Sempronia era una donna molto intelligente e anticonformista, e proprio per questo non esitò a mettere in discussione e a trasgredire tutte le virtù canoniche dell’antica matrona.
Leggiamo cosa dice Sallustio di lei:
Ma tra queste donne c’era Sempronia, che spesso aveva commesso delitti con la temerarietà propria degli uomini. Questa donna era stata favorita dalla sorte, che le aveva dato nobiltà di nascita, bellezza, e oltre a questo un marito e dei figli. Conosceva il greco e il latino, suonava con abilità la cetra e danzava con più eleganza di quanta sarebbe conveniente per una donna onesta […]. Era così in preda al desiderio che spesso era lei a correre dietro agli uomini, più spesso di quanto fossero loro a cercarla. In passato aveva spesso tradito la parola data, negato di avere un debito giurando il falso, ed era stata complice di un omicidio: la lussuria e la carenza di mezzi l’avevano fatta precipitare sempre più in basso. Eppure non era affatto un’inetta: sapeva scrivere poesie, essere divertente, tenere un discorso serio, o languido, o sfacciato; era una donna di grande spirito e di grande fascino.
(Sallustio, De coniuratione Catilinae, II, 25, trad. di I. Gualdo)
Sallustio ci descrive una persona che rappresenta l’esatto opposto dell’ideale romano della matrona: la nobiltà, la bellezza, il matrimonio, i figli, la cultura e la buona educazione sono neutralizzati dal desiderio eccessivo dei piaceri fisici e dall’avidità di denaro.
Sempronia, per Sallustio, incarna pienamente la crisi morale romana. Eppure, se cerchiamo di distaccarci dal punto di vista dell’autore, si trattava di una donna eccezionale, estremamente dotata, desiderosa di affermarsi nella vita politica e molto coraggiosa (partecipare a una congiura significava rischiare di perdere la vita). A suo modo, anche Sempronia era un’eroina, e chissà che cosa avremmo letto su di lei se i suoi progetti politici non fossero falliti!
Clodia e la libertà di amare
Un’altra figura femminile che è stata rappresentata in termini molto negativi è Clodia, la sorella del tribuno Clodio Pulcro, nota per la sua indipendenza e disinvoltura, nonché per i suoi numerosi amanti, tra cui molto probabilmente il poeta Catullo.
Tutto ciò che sappiamo di lei lo ricaviamo dalle descrizioni che Cicerone e Catullo hanno voluto o potuto darci. Non dimentichiamo, però, che questi autori erano inevitabilmente di parte; Catullo ne era innamorato ed era geloso del marito di lei e degli altri uomini che Clodia frequentava; Cicerone la detestava per ragioni politiche.
Catullo la incontra nel 62 a.C. a Verona, dove Clodia abita insieme al marito, il governatore della Cisalpina Q. Cecilio Metello Celere. Clodia ha trentadue anni, Catullo ne ha venticinque; Clodia è una donna romana di nobili origini e piena di fascino, Catullo è un giovane poeta di talento ma di origini provinciali. Catullo se ne innamora e le dedica molti dei suoi componimenti più celebri. Per evitare però di disonorarla usando il vero nome di lei, che era sposata, la chiama con un nome inventato, Lesbia, che rievoca l’origine di una grandissima poeta greca, Saffo, nata sull’isola di Lesbo.
Nella sua raccolta poetica, Catullo riserva molto spazio alle sofferenze che questo amore gli provoca: Lesbia, infatti, è distante, spesso lo trascura, ama molti uomini, lo illude con promesse che non mantiene. Dai versi di quest’uomo innamorato emerge perciò un ritratto di Lesbia (e forse anche di Clodia) poco lusinghiero, che la presenta a noi lettori come un’amante crudele, egoista e inaffidabile.
Ma fino a che punto possiamo credere alle parole di un uomo respinto? Soprattutto se l’uomo in questione è un poeta, che per esigenze letterarie potrebbe aver soltanto preso spunto dalla realtà e averla poi manipolata a suo piacimento.
Una descrizione di Clodia altrettanto ostile è quella che possiamo leggere in un’orazione di Cicerone. Nel 56 a.C., la donna aveva accusato il suo ex amante M. Celio Rufo di aver provato ad avvelenarla. Cicerone, avvocato difensore di Celio, nella sua difesa giustifica l’imputato biasimando la donna, colpevole di essersi comportata come una prostituta e di aver così provocato il suo amante. Se fosse stato un nostro contemporaneo avrebbe scritto che, in fondo, Clodia “se l’era cercata”.
Il discorso di Cicerone gli si ritorse in parte contro: infatti in molti sospettarono che lui stesso fosse rimasto ammaliato da Clodia, che era una donna piena di fascino, e che volesse vendicarsi infangando la sua reputazione. Se proviamo ancora una volta a togliere il filtro maschile da questi racconti, non potremo fare a meno di riconoscere in Clodia un’altra donna con la d maiuscola, in grado di vivere liberamente i propri rapporti sentimentali, nonostante i pregiudizi e il moralismo della società.
E ora tocca a te: ti vengono in mente altre donne, del passato o del presente, che hanno fatto scelte coraggiose e anticonformistiche, come le nostre Clodia e Sempronia?
Scrivimelo in un commento!
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