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“Sempre meglio che lavorare”? Il lavoro nell’antica Roma

Copertina podcast "Scrinium. I tesori del latino"

«Che lavoro vuoi fare da grande?»

Alzi la mano chi non se lo è mai sentito chiedere (o non se lo è chiesto).

Fin da bambini iniziamo a interrogarci su quali sono le nostre inclinazioni, i nostri interessi, le nostre attitudini, e su come potremmo, un giorno, trasformarle in un mestiere, in una “professione”.

La parola professione deriva dal verbo latino profiteri, che significa ‘dichiarare apertamente’. Esercitare una professione significa infatti dichiarare pubblicamente il proprio ruolo, quello che ciascuno di noi svolge nella società.

E ogni ruolo sottintende una scelta di vita, il modo in cui abbiamo deciso di contribuire al progresso e al benessere del mondo in cui viviamo. Per questo il verbo professare, in italiano, è associato a concetti profondi ed elevati: si professano i valori, gli ideali, la fede.

Il sostantivo ‘lavoro’, invece, deriva dal latino labor, che significa ‘impegno, fatica, sforzo’. Non c’è da stupirsi: pensa che in francese corrisponde a travaille e in spagnolo a trabajo, il cui significato originario è ‘dolore’, proprio come la parola italiana travaglio, che fa riferimento alle contrazioni dolorose che precedono il parto.

Le occupazioni a cui ci dedichiamo per sopravvivere e mantenere le nostre famiglie possono essere molto faticose e pesanti, ma possono anche permetterci di esprimerci pienamente e di realizzare le nostre aspirazioni e i nostri desideri.

E  per un(‘)abitante dell’antica Roma che cosa rappresentava il lavoro, quali mestieri poteva svolgere e in base a cosa era chiamato a scegliere? Scopriamolo insieme.

Copertina podcast "Scrinium. I tesori del latino"

Copertina podcast “Scrinium. I tesori del latino”

Il lavoro: necessità o libera scelta?

Nell’antichità, non sempre il lavoro dipendeva da una libera scelta.

La possibilità di svolgere un mestiere piuttosto che un altro derivava soprattutto dalle condizioni economiche e sociali della famiglia di appartenenza.

Il lavoro in sé non era considerato né un diritto né un privilegio, ma una gravosa necessità, spesso dettata dalle proprie origini.

Nel poema didascalico Le Georgiche Virgilio, grande poeta di età augustea, immagina un passato lontano in cui la natura offriva spontaneamente all’uomo tutto ciò di cui aveva bisogno. Quando quest’epoca di pace e prosperità, la cosiddetta “età dell’oro”, finì, gli uomini furono costretti a lavorare per procacciarsi da vivere: nacquero così le arti e i mestieri.

Una giornata di lavoro nell’antica Roma

Secondo alcune ricostruzioni storiche, la giornata lavorativa nell’antica Roma durava all’incirca sei ore, dall’alba a mezzogiorno. Decisamente poco rispetto a quanto si lavora oggi!

Inoltre, i giorni di vacanza previsti per il cittadino romano medio erano molti: fino a 159 durante il regno dell’Imperatore Claudio. Ricorda però che all’epoca non esisteva certo il weekend, e i lavoratori potevano essere impegnati per molte settimane consecutive senza neanche un giorno di riposo.

Come sai, Roma divenne presto una grande potenza economica nel Mediterraneo. Di conseguenza, i lavori necessari per sostenere lo stato erano numerosi e molto specializzati. Tuttavia, l’economia romana era fondata soprattutto sulla schiavitù. Poiché gli schiavi svolgevano la maggior parte delle attività lavorative, l’uomo romano poteva limitarsi a lavorare poche ore al giorno e aveva la possibilità di dedicare il tempo libero a molte altre attività, anche ricreative.

I nobili

Per i romani di nobile stirpe, la carriera politica è un percorso obbligato.

Quanto più illustri e importanti sono i suoi antenati, tanto più gravoso sarà il suo compito, perché dovrà almeno eguagliarli, se non riesce a superarli.

L’attività pubblica di un nobile romano comporta che militi coraggiosamente nell’esercito, che sia un oratore provetto, in grado di orientare l’opinione del popolo, che gestisca con intelligenza e lungimiranza le finanze private e pubbliche.

Essere nobile significa appartenere a una famiglia di senatori e riuscire a diventare senatore. Chi fallisce, per pigrizia o per incompetenza, disonora sé stesso e la propria stirpe.

Per questo, fin da piccoli, i nobili romani sono addestrati a un’esistenza di lotta e di competizione, durante la quale saranno continuamente chiamati a dimostrare di essere i migliori, gli optimates.

Gli schiavi

Una vita fondata sulla competizione e sul dovere di emulare i propri antenati può non sembrare ai nostri occhi molto desiderabile, ma certo i figli degli schiavi non se la passavano meglio.

I bambini che nascevano da una schiava, che fossero figli di un uomo nobile o di un altro schiavo, appartenevano al proprietario della madre, così come i frutti che nascevano nei suoi terreni o i cuccioli del bestiame che vi veniva allevato. Il padrone poteva decidere di allevarli per poi costringerli a lavorare alle sue dipendenze, oppure, se pensava di non averne bisogno, di abbandonarli o addirittura di ucciderli.

Nel I secolo a.C., secondo alcune ricostruzioni, più di un terzo della popolazione romana era composta da schiavi: prigionieri di guerra, bambini rapiti dai briganti e dai pirati e allevati per essere venduti, ma anche uomini liberi, che avevano perso la propria libertà per debiti.

Per la legge romana, gli schiavi non godevano di alcun diritto, e dovevano svolgere per i propri padroni i lavori manuali, ritenuti indegni di un uomo libero.

Gli schiavi rustici, impiegati cioè nelle campagne, erano principalmente braccianti, contadini e allevatori. Se invece appartenevano a famiglie residenti in città, si dedicavano alle attività artigianali (vasai, muratori, carpentieri,…), alla cucina, alla contabilità.

In entrambi i casi, avevano spesso il compito di occuparsi dei bambini (ricordi i pedagoghi? Ne abbiamo parlato nell’episodio di Scrinium dedicato alla scuola).

Oltre agli schiavi privati, esistevano anche quelli pubblici, che avevano il compito di costruire strade, edificare opere pubbliche, custodire i templi e così via.

Da schiavo a liberto

Uno schiavo poteva sperare di essere liberato dal proprio padrone, o per benevolenza o perché al padrone stesso tornava utile affidargli dei compiti che potevano essere svolti solo da uomini liberi.

Gli schiavi liberati prendevano il nome di liberti, ma continuavano ad avere meno diritti rispetto agli uomini nati liberi. Un liberto può possedere terre e altri beni e lasciarli almeno in parte in eredità ai propri figli, può votare alle elezioni, ma non può candidarsi per svolgere ruoli politici, né sposare persone appartenenti alla classe senatoria. Inoltre, continua a dover rendere alcuni servizi all’ex padrone o addirittura a cedergli una quota dei suoi guadagni.

Alcuni importanti autori della letteratura latina erano schiavi liberati: è il caso di Livio Andronico, autore del poema epico Odusìa, adattamento dell’Odissea omerica, vissuto nel III sec. a.C. I liberi di origine greca, come Livio Andronico, erano spesso impiegati come precettori nelle famiglie romane più ricche, perché potevano insegnare ai bambini la lingua e la letteratura greca, che all’epoca erano importantissime per ricoprire i ruoli più importanti nella società, un po’ come l’inglese oggi.

I liberti avevano inoltre la possibilità di amministrare un piccolo peculium (cioè beni privati di piccola entità, come un gregge di pecore o un modesto capitale), che il padrone affidava loro perché lo mettessero a frutto.

Petronio, un grande autore nel I sec. d.C., ci racconta la storia del liberto Trimalchione, che era riuscito addirittura ad arricchirsi grazie al suo spirito di intraprendenza:

A ogni modo, come vollero gli dèi, diventai io il padrone in casa e il mio signore faceva tutto di testa mia. Che cos’altro dovrei aggiungere? Insomma, mi nominò suo erede insieme all’imperatore e ricevetti un patrimonio degno di un senatore. Nessuno però si accontenta mai, e perciò decisi di dedicarmi al commercio.

Insomma, per farvela breve, costruii cinque navi, le caricai di vino, che all’epoca valeva quanto l’oro, e le inviai a Roma. Ma neanche lo avessi ordinato io, naufragarono tutte; è la verità, non me lo invento mica. In un solo giorno Nettuno si divorò trecentomila sesterzi.

Credete che io mi sia abbattuto? Neanche per sogno: come se non fosse successo niente. Ne fabbricai altre, più grandi e più solide e più fortunate, perché nessuno potesse dire che ero un debole. Sapete, più  grande è una nave, maggiore è la sua capacità di resistenza. Le caricai di nuovo di vino, di lardo, di fave, di profumi, di schiavi.

In questa occasione Fortunata fece un gesto generoso: vendette tutto il suo oro e i suoi vestiti e mi diede cento monete. Questo piccolo gruzzolo fu il lievito delle mie ricchezze. […] Quando mi accorsi di essere il più ricco della mia città, la piantai con il commercio e iniziai a prestare soldi a interesse ai liberti.

(Petronio, Satyricon, 76, trad. di I. Gualdo)

Il personaggio di Trimalchione dimostra che i liberti, nonostante mantenessero spesso un certo legame di dipendenza con i loro padroni, potevano svolgere diversi mestieri e riuscire a migliorare notevolmente le proprie finanze grazie all’impegno profuso nel lavoro.

Lavori “da donne”

E le donne?

Che ruolo svolgevano nella società, quali posizioni lavorative potevano ambire a ricoprire?

Come potrai facilmente immaginare, la maggior parte delle donne era destinata a occuparsi esclusivamente delle mansioni domestiche e della cura dei figli più piccoli. L’obiettivo della della sua intera esistenza era di diventare un’esperta amministratrice della casa. Infatti, la parola “donna” deriva dal latino domina, cioè padrona della domus, la casa.

In una famosa epigrafe funebre del II sec. a.C. leggiamo infatti:

“Straniero, non ho molto da dirti, fermati e leggi attentamente. Questo è il sepolcro non bello di una bella donna. I genitori la chiamarono Claudia. Amò profondamente il marito. Generò due figli: uno lo lascia sulla terra, l’altro l’ha sepolto sotto terra. Piacevole nel parlare, onesta nel portamento, si occupò della casa, filò la lana. Ho detto tutto, va’ pure”.

Di Claudia si ricorda soltanto che amò il marito, ebbe due figli e si dedicò alla casa e al cucito. Nient’altro merita di essere menzionato sulla sua lapide.

Le donne che, soprattutto spinte dalla necessità, entravano nel mondo del lavoro si dedicavano in genere alle attività ritenute meno adatte agli uomini. Erano infatti levatrici (oggi le chiameremmo ostetriche), balie, tessitrici e sarte, lavandaie, pescivendole, erbivendole.

L’accesso ai lavori più prestigiosi e remunerativi era tendenzialmente precluso alle donne, che potevano sperare di realizzarsi soltanto nella vita familiare e nella gestione della casa.

E tu come immagini il tuo futuro lavoro? Pensi di poter realizzare le tue aspirazioni e i tuoi desideri nel mondo lavorativo di domani oppure che sarà necessario scendere a compromessi?

Scrivimelo in un commento!

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About Irene Gualdo

Mi chiamo Irene e sono un’insegnante di materie letterarie e latino. Terminati gli studi all’università ho conseguito l’abilitazione all’insegnamento e, grazie al concorso ordinario del 2016, ho incominciato a insegnare in un liceo di Roma. Dopo l’abilitazione, mi sono specializzata nelle attività didattiche di sostegno e mi sono addottorata in filologia italiana.

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