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A suon di frusta: studiare nell’antica Roma

Copertina podcast "Scrinium. I tesori del latino"

Andare a scuola? Un gioco da ragazzi!

Per quanto strano possa sembrarti, in latino la parola ludus significa sia “gioco” (pensa all’aggettivo italiano “ludico”, ‘giocoso’) sia “scuola”.  Questo perché i bambini romani imparavano imitando i loro maestri, come per gioco: iniziavano a scrivere ricopiando testi importanti, come ad esempio le leggi delle XII tavole, il più antico codice giuridico romano, o poemi epici, come l’Odusia di Livio Andronico e gli Annales di Ennio; imparavano a battersi con una spada di legno, ripetendo i gesti di uno schermidore.

Conosci il film Prova a prendermi, di Steven Spielberg?

Il protagonista, Leonardo di Caprio, interpreta Frank Abagnale, un famigerato truffatore e falsario statunitense che, a soli 19 anni, riuscì a farsi assumere in uno dei più importanti uffici legali della Louisiana spacciandosi per avvocato e, qualche tempo dopo, per agente segreto, semplicemente imitando i protagonisti di serie tv di argomento giuridico e film di spionaggio come Perry Mason e 007.

Se ci pensi, non è poi così strano: gli esseri umani sono in grado di imparare attività anche molto complesse, come parlare o camminare, osservando e ripetendo i suoni e i movimenti delle persone che li circondano.

In fondo, anche le intelligenze artificiali, come ChatGPT, Siri e Alexa, progrediscono proprio imitando gli esseri umani e il loro linguaggio.

Copertina podcast "Scrinium. I tesori del latino"

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Il mestiere di apprendere

Eppure, contrariamente a quanto la parola ludus potrebbe farci credere, il “mestiere” di studenti e studentesse nell’antica Roma doveva essere tutt’altro che divertente e giocoso.

Fin da piccoli, per rafforzare il loro carattere, ai bambini era imposto di dormire e mangiare poco, e non potevano neppure permettersi di fare un bagno caldo, perché si pensava che li avrebbe rammolliti e che fosse un piacere eccessivo per quella fascia d’età.

Una volta terminato lo svezzamento, il compito di educare i figli passava dalla madre al padre. Era raro che una donna potesse svolgere questa mansione e in genere accadeva soltanto quando la figura paterna veniva a mancare: è il caso di due vedove celebri, Cornelia, madre dei fratelli Gracchi (tribuni della plebe in età repubblicana), e Aurelia, madre di Giulio Cesare.

Cornelia, in particolare, era così orgogliosa dell’educazione che aveva impartito ai suoi figli che se ne vantava con le altre madri, definendoli i suoi gioielli.

Anche un padre poteva scegliere di istruire personalmente i suoi bambini, come fece Catone il Censore, oratore e politico romano vissuto tra il III e il II secolo a.C., con il figlio Marco, al quale insegnò la grammatica e la storia, ma anche il pugilato, a nuotare controcorrente e a tollerare il caldo e il freddo. Arrivò perfino a scrivere per lui un manualetto di storia romana in forma semplificata.

Un po’ come se i tuoi genitori iniziassero a scrivere i libri di testo che leggi in classe!

Naturalmente, per imbarcarsi in un’impresa del genere, è indispensabile avere molto tempo libero (e quindi essere benestanti, non dover lavorare per mantenersi), ma anche avere una cultura ricca e varia (non tutti sono esperti di storia e di grammatica latina e sanno pure tirare di boxe, neanche fossero un improbabile incrocio tra Mike Tyson, Federica Pellegrini e Alberto Angela).

Come potrai facilmente immaginare, in pochi potevano permettersi di istruire personalmente i propri figli. Per questo, chi aveva le risorse economiche spesso preferiva acquistare uno schiavo o pagare un liberto, cioè uno schiavo liberato, e affidare a lui l’istruzione dei bambini.

Questi schiavi-insegnanti erano chiamati con un termine di origine greca, pedagoghi, che significa letteralmente “coloro che guidano il fanciullo”, perché accompagnavano i ragazzini durante tutta la giornata (le prime lettere della parola ti ricorderanno, probabilmente, il nome del dottore che si occupa dei bambini, il “pediatra”).

Le famiglie meno ricche potevano mandare i loro figli nelle scuole vicino al Foro e, per proteggerli dai pericoli della strada, farli accompagnare lungo il percorso da un pedagogo (se maschi) o dalla nutrice (se femmine). Spesso, i pedagoghi erano greci o di origine greca: il greco, infatti, era la più prestigiosa lingua di cultura e di scambio del Mediterraneo, un po’ come l’inglese oggi, e i romani dovevano conoscerlo bene come il latino per trovare, da adulti, il loro posto nel mondo.

Botte da… Orbilio

La scuola primaria, dove studiavano i bambini tra i 6 o 7 e gli 11 anni, si chiamava ludus litterarius, perché vi si imparava a leggere e a scrivere (litterae, al plurale, significa ‘alfabeto’, ma anche ‘letteratura’). Le lezioni iniziavano all’alba, quando era ancora buio.

Nel I secolo d. C., Marziale, autore di epigrammi (cioè di poesie scherzose e di denuncia), racconta addirittura di non essere riuscito a dormire la notte a causa degli urli e delle frustate di un maestro di scuola che lavorava vicino a casa sua:

Cosa abbiamo da spartire con te, o maledetto maestro di scuola, uomo odiato da fanciulli e fanciulle? I crestati galli non hanno ancora rotto il silenzio e tu tuoni coi tuoi terribili urli e frustate. […] Noi, tuoi vicini,

vogliamo dormire – sia pure non per tutta la notte –: infatti vegliare

qualche volta non è molto duro, ma passare continuamente le notti senza dormire è intollerabile. Licenzia i tuoi allievi: vuoi, o chiacchierone, ricevere come compenso del tuo silenzio ciò che guadagni coi tuoi urli?

(Marziale, Epigrammata IX, 68, trad. G. Norcio)

Questi metodi così violenti erano tutt’altro che un’eccezione.  Nelle scuole dell’antica Roma le punizioni corporali erano all’ordine del giorno, al punto che gli studenti arrivavano a soprannominare i loro docenti plagosi, che significa “maneschi”.

Ce lo racconta Orazio, grande poeta di età augustea rimasto traumatizzato dal suo maestro, Orbilio, che gli dettava le opere di Livio a suon di frusta.

Devi pensare che gli studenti di buona famiglia sapevano che la condizione sociale del loro insegnante, uno schiavo o un liberto sottopagato, era notevolmente inferiore alla loro, e per questa ragione si sentivano spesso liberi di mancargli di rispetto senza troppi scrupoli. In tutta risposta, i maestri punivano i loro errori ricorrendo ai castighi corporali, servendosi di strumenti come la scutina, cioè una cinghia di cuoio, o la ferula, una canna con i nodi di legno. I genitori non si opponevano affatto a questi maltrattamenti, anzi: pensavano fossero utili a temprare, cioè a rafforzare, il carattere dei loro figli, a renderli forti e coraggiosi. Nei secoli, però, alcuni grandi docenti e intellettuali si interrogarono sull’utilità di questi maltrattamenti.

Quintiliano, ad esempio, autore del I sec. d. C. che scrisse un importante trattato sull’educazione, l’Institutio oratoria, condanna esplicitamente le punizioni fisiche.

[…] non mi piace affatto che chi studia subisca castighi corporali, per prima cosa perché è indecoroso, indegno di un uomo libero e per di più contrario alla legge […]; in secondo luogo perché, se uno ha un carattere così rozzo da non poter essere migliorato con i rimproveri verbali, non si piegherà neppure sotto i colpi di frusta come i peggiori tra gli schiavi; infine, perché non ci sarà neanche bisogno di questo tipo di punizione se chi si impegna a sorvegliare gli studi garantirà sempre la sua presenza costante. […] E poi, una volta che si sarà costretto un bambino con le percosse, che cosa si farà a un ragazzo con cui non si può usare questa forma di minaccia e a cui bisogna insegnare cose più difficili?

(Quintiliano, Institutio oratoria, 1, 3, 14-15, trad. di Irene Gualdo)

All’età di 12 anni, i percorsi dei maschi si separavano da quelli delle femmine. A queste ultime era riservato l’accesso soltanto al primo grado di istruzione, mentre i ragazzi (non tutti, però: solo quelli di famiglia agiata) potevano proseguire i loro studi nella schola grammatici, dove studiavano letteratura latina e greca fino ai 14 o 15 anni. Dopo, avevano accesso alla schola rhetoris, dove imparavano a padroneggiare l’arte del discorso (quella che oggi chiameremmo public speaking) e affrontavano lo studio del diritto, dell’economia, della medicina.

Spesso questo percorso di studi era coronato da un periodo di perfezionamento all’estero, quello che oggi chiameremmo “Erasmus”, nelle scuole filosofiche e scientifiche di grandi città della cultura come Atene, Alessandria d’Egitto, Rodi o Pergamo. Si formava così la futura classe dirigente, composta da giovani di buona famiglia destinati a ricoprire importanti incarichi amministrativi, a diventare avvocati, magistrati, politici. A 12 anni, invece, le ragazze erano già in età da marito, e solo eccezionalmente i loro padri (o i loro sposi) assumevano un precettore per istruirle. Nella maggior parte dei casi, erano costrette a svolgere lavori domestici, come tessere e filare, e ad amministrare la casa.

Questi racconti potranno sembrarti molto distanti da te, nel tempo e nello spazio. Eppure, le punizioni corporali inflitte dagli insegnanti agli studenti sono ancora legali in diversi stati del mondo, tra cui ben 19 tra i 50 paesi che fanno parte degli Stati Uniti.

Il paddling o spanking, cioè la pratica di sculacciare gli studenti, continua ad essere utilizzato in misura significativa in alcuni stati del Sud degli USA, anche se c’è stata una forte diminuzione nella sua incidenza negli ultimi decenni. In Europa, la prima nazione a vietare le punizioni corporali scolastiche è stata la Polonia, nel 1783. In Italia, castighi di questo genere sono considerati illegali a scuola, ma non sono espressamente vietati in famiglia, come accade invece in molti altri Paesi europei (la Francia, la Germania, la Spagna, il Portogallo,…).

Anche la disparità di genere a scuola è tuttora una realtà molto diffusa.

Ricordi la storia di Malala Yousafzai? Ne abbiamo parlato nello scorso episodio: una studentessa come te che, a soli 15 anni, ha quasi perso la vita in un attentato per rivendicare il diritto allo studio delle donne. Era il 2012, in Pakistan: da allora sono passati 11 anni, e ancora oggi in molti paesi l’accesso all’istruzione non è affatto scontato per le donne.

Anche in quegli stati, come l’Italia, dove il diritto allo studio è in linea di massima garantito a prescindere dal genere, sopravvivono pregiudizi diffusi, come l’idea che gli studenti siano più bravi delle studentesse nelle materie scientifiche. Questo preconcetto fa sì che, all’università, le facoltà scientifiche siano mediamente più frequentate da uomini che da donne, le quali tendono invece a iscriversi a corsi di laurea di ambito umanistico.

Ma come stanno davvero le cose? Secondo te le punizioni corporali potrebbero essere utili, nella scuola di oggi, a favorire i processi di apprendimento e a mantenere la disciplina? O pensi che sia giusto proibirle, e che il divieto andrebbe esteso anche all’ambito familiare? Nella tua scuola percepisci una differenza tra il modo di apprendere e le attitudini dei maschi rispetto alle femmine? Se la risposta è sì, da cosa dipende secondo te questa disparità di trattamento?

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About Irene Gualdo

Mi chiamo Irene e sono un’insegnante di materie letterarie e latino. Terminati gli studi all’università ho conseguito l’abilitazione all’insegnamento e, grazie al concorso ordinario del 2016, ho incominciato a insegnare in un liceo di Roma. Dopo l’abilitazione, mi sono specializzata nelle attività didattiche di sostegno e mi sono addottorata in filologia italiana.

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