Benessere a scuola

Ritiro sociale e Hikikomori a scuola: che fare?

Copertina del video Fuoriclasse su ritiro sociale e hikikomori a scuola, con riferimenti a segnali, strategie di intervento, PdP, docenti e intervista a Nadia Trecca.

Hikikomori e ritiro sociale a scuola: segnali da riconoscere e strategie di intervento

Con la dott.ssa Nadia Trecca

Come può la scuola accorgersi in tempo del ritiro sociale? Quali segnali dovrebbero mettere in allarme docenti, coordinatori di classe e famiglie? E che cosa si può fare prima che una studentessa o uno studente smetta del tutto di frequentare?

Il fenomeno del ritiro sociale adolescenziale e degli hikikomori è sempre più presente anche nel contesto scolastico. Spesso viene letto con categorie troppo semplici: svogliatezza, pigrizia, disinteresse, dipendenza da internet, mancanza di volontà. In realtà, dietro l’isolamento può esserci un malessere profondo, legato alla difficoltà di sostenere pressioni, aspettative, giudizi e richieste provenienti dal mondo esterno.

In una nuova intervista sul canale YouTube FuoriClasse, Irene Gualdo ne parla con la Dott.ssa Nadia Trecca, psicologa e psicoterapeuta esperta nel lavoro con adolescenti, giovani adulti e famiglie, supervisore dell’Associazione Fiori d’Acciaio.

Ne nasce una guida pratica per docenti, educatori e genitori: non una diagnosi, ma una mappa per riconoscere i primi segnali, evitare letture superficiali e attivare interventi scolastici possibili.

Copertina del video Fuoriclasse su ritiro sociale e hikikomori a scuola, con riferimenti a segnali, strategie di intervento, PdP, docenti e intervista a Nadia Trecca.

Copertina dell’intervista a Nadia Trecca sul ritiro sociale e sul fenomeno hikikomori a scuola.


Ritiro sociale e hikikomori: qual è la differenza?

Prima di tutto è importante distinguere tra ritiro sociale e hikikomori.

Il ritiro sociale può essere considerato una fase iniziale, un segnale di allarme. La ragazza o il ragazzo comincia progressivamente a disinvestire dalla scuola, dalle relazioni, dalle attività quotidiane. Le assenze aumentano, la partecipazione diminuisce, il contatto con i compagni e con gli adulti diventa più fragile.

Il termine hikikomori, invece, indica una condizione di isolamento molto più marcata. La parola viene dal giapponese e significa “stare in disparte”, “isolarsi”. Nei casi più gravi, la persona si chiude nella propria stanza per mesi o anni, interrompendo quasi del tutto i rapporti diretti con il mondo esterno.

Per la scuola questa distinzione è decisiva: prima si intercetta il ritiro sociale, maggiori sono le possibilità di prevenire un isolamento conclamato.


I primi segnali di ritiro sociale a scuola

Docenti, coordinatori e consigli di classe sono spesso i primi adulti a poter osservare cambiamenti significativi. Il punto non è trasformare gli insegnanti in terapeuti, ma aiutarli a riconoscere quando qualcosa non torna.

Secondo Nadia Trecca, i segnali da osservare sono di due tipi: quantitativi e qualitativi.

Segnali quantitativi: assenze, ritardi, frequenza irregolare

I primi campanelli d’allarme possono essere molto concreti:

  • assenze sempre più frequenti;
  • ritardi sistematici;
  • frequenza “a singhiozzo”;
  • verifiche, interrogazioni o uscite didattiche evitate;
  • difficoltà a rientrare dopo un periodo di assenza.

All’inizio questi comportamenti possono sembrare episodici. Il rischio è considerarli semplici mancanze di impegno. In realtà, quando si ripetono, possono indicare una fatica crescente a sostenere la presenza a scuola.

Segnali qualitativi: gli studenti “insospettabili”

Il ritiro sociale non riguarda solo studenti già fragili, isolati o in difficoltà evidente. A volte coinvolge proprio ragazze e ragazzi considerati “insospettabili”: studenti brillanti, intelligenti, performanti, capaci di stare nel gruppo o persino percepiti come leader.

In alcuni casi può trattarsi di adolescenti con plusdotazione cognitiva non riconosciuta o con un forte bisogno di mantenere un’immagine adeguata, competente, sempre all’altezza. Lo sforzo per sostenere questa identità può diventare enorme, fino a produrre un punto di rottura.

Un altro segnale importante è l’allontanamento improvviso dalle figure di supporto: docente di sostegno, tutor, referente DSA, educatore, insegnante con cui prima esisteva un buon rapporto. A volte il problema non è il supporto in sé, ma la paura che quel supporto diventi visibile agli occhi dei compagni e venga vissuto come motivo di vergogna.


Ritiro sociale a scuola: che cosa possono fare i docenti?

La scuola non può sostituirsi ai servizi sanitari, ma può svolgere una funzione preventiva fondamentale. Può osservare, documentare, adattare, mantenere il contatto e costruire condizioni meno escludenti.

Ecco alcune strategie possibili.


1. Attivare un PDP anche senza diagnosi

Uno degli strumenti più importanti è il Piano Didattico Personalizzato, spesso associato a una diagnosi di DSA o BES. Tuttavia, la normativa scolastica consente al consiglio di classe di predisporre un PDP anche sulla base di osservazioni didattiche e pedagogiche, quando emergono bisogni educativi specifici.

Questo significa che la scuola non deve necessariamente attendere una diagnosi clinica per iniziare ad agire.

Un PDP può prevedere, per esempio:

  • interrogazioni in un contesto meno esposto;
  • modalità alternative di verifica;
  • compensazione tra prove orali, scritte e lavori di ricerca;
  • tempi più distesi;
  • gradualità nel rientro;
  • attenzione al carico emotivo delle prestazioni pubbliche.

L’obiettivo non è abbassare le aspettative, ma costruire condizioni realistiche perché la studentessa o lo studente possa restare agganciato al percorso scolastico.


2. Mantenere il legame con la didattica domiciliare

Nei casi più complessi, quando la frequenza scolastica diventa impossibile, la didattica domiciliare può rappresentare uno strumento prezioso.

Non è solo una soluzione organizzativa. È un modo per dire allo studente: tu fai ancora parte della scuola, il tuo percorso non è finito, non sei sparito dal nostro orizzonte.

Mantenere un legame con i docenti, con alcune attività e con la classe può aiutare a contrastare la sensazione di esclusione totale. Per chi vive il ritiro sociale, anche un piccolo ponte con il mondo esterno può avere un grande valore.


3. Valorizzare competenze, passioni e materie tecniche

Quando si parla di disagio adolescenziale, si pensa spesso alle discipline umanistiche come spazio privilegiato per lavorare sulle emozioni. In realtà, anche le materie tecniche, informatiche, scientifiche e laboratoriali possono avere un ruolo decisivo.

Uno studente che fatica a esporsi sul piano relazionale può riuscire a mantenere un contatto attraverso una competenza concreta: programmare, progettare, costruire, montare un video, curare un sito, realizzare un prodotto digitale, partecipare a un laboratorio.

Coinvolgere la ragazza o il ragazzo in un’attività in cui si sente competente può rafforzare autostima, identità e senso di efficacia. In alcuni casi, proprio una passione pratica può diventare il primo filo per restare connessi alla scuola.


Educare alle emozioni per prevenire l’isolamento

Il ritiro sociale non riguarda solo il singolo studente. Riguarda anche il clima della classe.

La paura del giudizio dei pari è spesso una delle fonti più forti di ansia, vergogna e ritiro. Per questo la prevenzione passa anche da un lavoro educativo sulle emozioni, sulla vulnerabilità e sulla possibilità di non essere sempre performanti.

Tra gli strumenti citati da Nadia Trecca c’è la ruota della vita, utile per aiutare ragazze e ragazzi a osservare le diverse aree della propria esistenza: scuola, amicizie, famiglia, sport, interessi, tempo libero, benessere personale.

Anche film come Inside Out e Inside Out 2 possono diventare occasioni didattiche efficaci per parlare di emozioni, crescita, fallimento, ansia, tristezza, vergogna e cambiamento. Il messaggio educativo è semplice ma potentissimo: non bisogna sempre “uscire vincenti” da ogni situazione. Anche la fragilità fa parte del percorso di crescita.


Quando l’isolamento è già iniziato: il Compagno Adulto®

Quando il ritiro è ormai conclamato, spesso lo studio del terapeuta è irraggiungibile. La persona non esce, non incontra, non sostiene appuntamenti tradizionali. In questi casi servono interventi capaci di avvicinarsi al contesto reale di vita.

L’Associazione Fiori d’Acciaio lavora anche attraverso il modello del Compagno Adulto®: una figura professionale specializzata che interviene a domicilio e costruisce, con gradualità, un ponte relazionale con il giovane in ritiro.

Non si tratta di forzare l’uscita dalla stanza, ma di ricostruire fiducia, presenza, quotidianità e possibilità di contatto.


Il progetto “Fuori dalla Stanza”

Per sostenere famiglie, docenti e ragazzi, Fiori d’Acciaio ha avviato il progetto Fuori dalla Stanza, dedicato alla prevenzione e all’intervento sul ritiro sociale.

Il progetto punta anche alla costruzione di una rete di professionisti formati sul territorio nazionale, in modo da offrire risposte più tempestive a chi si trova ad affrontare situazioni di isolamento adolescenziale.

Per chi lavora nella scuola, iniziative di questo tipo sono importanti perché aiutano a non lasciare docenti e famiglie soli davanti a situazioni complesse.


Non chiudete quella porta

Il ritiro sociale non comincia sempre con una porta chiusa. Spesso comincia molto prima: con un’assenza, un ritardo, una verifica evitata, un messaggio senza risposta, un ragazzo brillante che improvvisamente non regge più.

La scuola non può fare tutto, ma può fare moltissimo: osservare, nominare, non giudicare, adattare, mantenere il legame, costruire alleanze con la famiglia e con i professionisti.

Il primo passo è cambiare sguardo: non chiedersi solo “perché non viene a scuola?”, ma anche “che cosa gli sta rendendo impossibile esserci?”.

Per approfondire il tema, guarda l’intervista completa a Nadia Trecca sul canale YouTube FuoriClasse e scopri come sostenere il progetto Fuori dalla Stanza dell’Associazione Fiori d’Acciaio.

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About Irene Gualdo

Mi chiamo Irene e sono un’insegnante di materie letterarie e latino. Terminati gli studi all’università ho conseguito l’abilitazione all’insegnamento e, grazie al concorso ordinario del 2016, ho incominciato a insegnare in un liceo di Roma. Dopo l’abilitazione, mi sono specializzata nelle attività didattiche di sostegno e mi sono addottorata in filologia italiana.

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