L’educazione finanziaria è entrata formalmente nella scuola italiana, ma portarla davvero nelle classi resta una sfida aperta.
Il rischio è trattarla come un contenuto tecnico in più: il conto corrente, l’interesse composto, il budget personale, il risparmio, gli investimenti. Tutte cose importanti, certo. Ma insufficienti, se non ci chiediamo anche quali stereotipi, paure, abitudini culturali e aspettative sociali condizionano il nostro rapporto con il denaro.
Perché parlare di educazione finanziaria a scuola non significa soltanto spiegare come si gestisce un conto.
Significa aiutare ragazze e ragazzi a rispondere a domande molto più concrete:
Come si valuta uno stipendio?
Come si riconosce il lavoro non retribuito?
Come si capisce se un contratto tutela davvero chi lo firma?
Come si sceglie un percorso di studio senza restare intrappolati nei pregiudizi di genere?
Come si costruisce una professionalità in un mondo del lavoro che cambia anche per effetto dell’intelligenza artificiale?
Di tutto questo ho parlato con Giovanna Badalassi, consulente esperta in bilanci di genere, co-fondatrice del progetto Ladynomics e co-autrice, insieme a Federica Gentile, del libro signora economia. guida femminista al capitale delle donne, pubblicato da le plurali editrice.

Educazione finanziaria, stereotipi di genere e orientamento: una riflessione sul rapporto tra scuola, denaro e libertà di scelta.
Indice
- Perché parlare di educazione finanziaria a scuola
- Chi è Giovanna Badalassi
- Educazione finanziaria e stereotipi di genere
- Orientamento scolastico: scegliere senza pregiudizi
- Libri di testo, storia e rappresentazione delle donne
- Il valore economico del lavoro docente
- Algoritmi, social media e pensiero collettivo
- Dove trovare Giovanna Badalassi e Ladynomics
Perché parlare di educazione finanziaria a scuola
Quando si parla di educazione finanziaria, spesso si pensa subito alla gestione del denaro: risparmiare, investire, leggere un estratto conto, capire un mutuo, non indebitarsi in modo inconsapevole.
Ma a scuola il discorso deve essere più ampio.
Il denaro non è mai soltanto denaro. È autonomia, possibilità di scelta, capacità di negoziare, consapevolezza del proprio valore. È anche il modo in cui una persona impara (o non impara) a immaginare il proprio futuro.
Per questo l’educazione finanziaria si intreccia con l’orientamento scolastico e professionale. Non basta chiedere a una studentessa o a uno studente: “Che cosa vuoi fare da grande?”. Bisogna anche domandarsi quali possibilità riesce davvero a vedere davanti a sé.
Una ragazza si sente autorizzata a scegliere una facoltà scientifica?
Un ragazzo si sente libero di scegliere un percorso umanistico, artistico o educativo?
Una studentessa sa riconoscere il valore economico del proprio lavoro?
Uno studente è educato anche alla cura, alla relazione, alla gestione quotidiana delle risorse?
Sono domande scolastiche, non soltanto economiche.
Chi è Giovanna Badalassi
Giovanna Badalassi lavora da oltre vent’anni sui temi della parità di genere, del welfare e dei bilanci di genere. I bilanci di genere sono strumenti che permettono di analizzare come la spesa pubblica incida in modo diverso sulla vita di donne e uomini.
Accanto al lavoro tecnico con amministrazioni pubbliche, enti e istituzioni, Giovanna Badalassi ha sviluppato negli anni anche un importante lavoro divulgativo.
Da questo nasce Ladynomics, progetto fondato insieme a Federica Gentile, che porta l’economia fuori dal linguaggio per addetti ai lavori e la restituisce alla vita quotidiana delle persone.
Il libro Signora Economia nasce proprio da questo percorso: rendere l’economia più comprensibile, più vicina, più concreta. E soprattutto mostrare che l’economia non è un territorio neutro.
I soldi, il lavoro, il tempo, la cura, il consumo, gli investimenti, la dipendenza economica, la violenza economica, la pink tax, la motherhood penalty: tutto questo riguarda la vita delle donne e degli uomini in modo diverso.
E riguarda anche la scuola.
Educazione finanziaria e stereotipi di genere
Uno dei passaggi più importanti dell’intervista riguarda un’idea solo apparentemente semplice: gli stereotipi di genere non condizionano soltanto il modo in cui ci vestiamo, parliamo o ci comportiamo. Condizionano anche il nostro rapporto con il denaro.
Fin dall’infanzia, bambine e bambini vengono educati a competenze, posture e aspettative diverse.
Le bambine sono spesso incoraggiate alla cura, alla relazione, all’attenzione agli altri. I bambini vengono più spesso spinti verso la competizione, il rischio, il conflitto, l’affermazione. Naturalmente non vale per tutti e non vale sempre nello stesso modo, ma il condizionamento culturale esiste.
Il problema nasce quando queste aspettative si trasformano in limiti.
Una bambina può crescere pensando di non essere “portata” per la matematica, per la tecnologia, per la finanza, per la negoziazione. Un bambino può crescere pensando di non potersi occupare di cura, educazione, fragilità, relazione, linguaggio.
Questi non sono dettagli. Sono barriere di apprendimento.
E la scuola, se vuole fare davvero orientamento, deve aiutare studenti e studentesse a riconoscerle.
Orientamento scolastico: scegliere senza pregiudizi
L’orientamento scolastico viene spesso ridotto a test attitudinali, consigli orientativi e presentazioni dei vari indirizzi di studio.
Ma orientare non significa dire a una ragazza o a un ragazzo quale strada prendere. Significa allargare il campo delle possibilità.
Giovanna Badalassi lo dice con grande chiarezza: l’orientamento serve soprattutto a chi non ha già una vocazione evidente, a chi non sa ancora bene che cosa desidera, a chi si trova in una condizione di disorientamento. Ed è proprio lì che le pressioni sociali diventano più forti.
Sui ragazzi pesa spesso l’aspettativa del successo economico: scegliere un percorso che “dia lavoro”, che “faccia guadagnare”, che sia percepito come solido e prestigioso.
Sulle ragazze può pesare una pressione diversa, più sottile: l’idea che possano scegliere percorsi meno competitivi, meno remunerativi, più compatibili con un futuro lavoro di cura o con un’ipotetica famiglia.
Il risultato è che le scelte scolastiche e universitarie non sono mai del tutto libere.
Per questo l’orientamento dovrebbe insegnare almeno tre cose:
- vedere possibilità che gli stereotipi rendono invisibili;
- riconoscere i condizionamenti familiari, sociali ed economici;
- sapere che si può anche cambiare strada.
Quest’ultimo punto è fondamentale. In una società che chiede scelte sempre più precoci, dovremmo insegnare anche la cultura del riorientamento: si può tornare indietro, correggere la rotta, cambiare percorso, ripensarsi.
Il fallimento è parte del processo di insegnamento-apprendimento.
Libri di testo, storia e rappresentazione delle donne
Nell’intervista tocchiamo anche un tema molto caro alla scuola: il ruolo dei libri di testo.
I manuali scolastici sono strumenti fondamentali, ma spesso faticano a restituire una rappresentazione piena della complessità storica, sociale ed economica. Per molto tempo la storia è stata raccontata soprattutto attraverso i vincitori, i grandi personaggi, le istituzioni, le guerre, i poteri formalmente riconosciuti.
Molto meno spazio hanno avuto il lavoro invisibile, la cura, le economie domestiche, le forme di sapere non ufficiali, le esperienze delle donne, delle classi popolari, dei gruppi marginalizzati.
Questo non significa chiedere ai libri di testo di inseguire ogni moda culturale. Significa però riconoscere che la scuola ha il compito di offrire chiavi di lettura più ampie.
Un esempio emerso nell’intervista riguarda la storia della cura: da una parte i medici, riconosciuti e legittimati; dall’altra le donne che nei villaggi curavano con le erbe, spesso marginalizzate o perseguitate. Raccontare anche questa storia permette di capire meglio il presente: il rapporto tra sapere, potere, genere e riconoscimento sociale.
Per i docenti questo significa una cosa molto concreta: non sempre il libro di testo basta. A volte bisogna aggiungere tasselli, aprire finestre, problematizzare, mostrare ciò che resta ai margini.
Il valore economico del lavoro docente
Uno dei passaggi più interessanti della conversazione riguarda il lavoro dell’insegnante.
Perché i/le docenti italiane/i percepiscono uno degli stipendi più bassi dell’UE?
La risposta proposta da Giovanna Badalassi è netta: l’insegnamento è un lavoro di cura. E i lavori di cura, in Italia e non solo, sono storicamente sottopagati.
Insegnare non significa solo trasmettere contenuti. Significa accompagnare personalità in crescita, sostenere processi di apprendimento, leggere fragilità, costruire relazioni, orientare, ascoltare, correggere, contenere, motivare, progettare.
È un lavoro ad altissima responsabilità sociale. Eppure viene spesso raccontato come una professione “vocazionale”, quasi naturale, soprattutto perché fortemente femminilizzata.
Qui si apre un nodo culturale difficile da sbrogliare: quando un lavoro viene associato alla cura, alla dedizione, alla relazione, tende a essere percepito come meno economico, meno produttivo, meno “misurabile”.
Ma il fatto che un lavoro abbia una dimensione relazionale non significa che abbia meno valore.
Anzi: proprio la scuola ci mostra quanto il lavoro di cura sia centrale per il funzionamento della società.
Senza insegnanti, educatrici, infermieri, assistenti sociali, personale sanitario, famiglie e comunità non esisterebbe alcuna vera produzione possibile.
Portare l’educazione finanziaria a scuola significa allora anche aiutare i docenti a riconoscere il proprio valore professionale. Non per trasformare tutto in mercato, ma per uscire dall’autosvalutazione.
Algoritmi, social media e pensiero collettivo
Nella parte finale dell’intervista il discorso si sposta sugli algoritmi e sui social media.
È un passaggio importante, perché collega l’educazione finanziaria a un tema più ampio: la capacità di pensare insieme.
Gli algoritmi tendono a restituirci contenuti sempre più coerenti con le nostre preferenze, le nostre paure, le nostre convinzioni. Questo può rafforzare il cosiddetto bias della disponibilità: se una cosa non appare nella mia esperienza immediata, tendo a pensare che non esista.
Se non conosco donne che hanno subito violenza economica, posso credere che il problema sia marginale.
Se nella mia cerchia non vedo discriminazioni, posso pensare che siano esagerazioni.
Se il mio feed mi mostra solo conferme, posso smettere di cercare dati, contesto, complessità.
La scuola, invece, dovrebbe fare esattamente il contrario: aiutare a uscire dalla propria bolla.
Educare significa anche insegnare a distinguere esperienza personale e fenomeno sociale, impressione e dato, racconto individuale e problema collettivo.
In questo senso, educazione finanziaria, educazione civica, orientamento e pensiero critico non sono percorsi separati. Sono parti dello stesso lavoro culturale.
Perché questa intervista riguarda i/le docenti
Questa conversazione con Giovanna Badalassi riguarda i/le docenti per almeno tre ragioni.
- La prima: perché ogni insegnante fa orientamento, anche quando non lo chiama così. Ogni consiglio, ogni aspettativa, ogni incoraggiamento o scoraggiamento può incidere sull’immagine che studenti e studentesse costruiscono di sé.
- La seconda: perché la scuola può rendere visibili stereotipi che spesso restano impliciti. Può mostrare che il rapporto con il denaro, il lavoro, la cura, la tecnologia, le discipline STEM o le materie umanistiche non è mai neutro.
- La terza: perché anche i docenti hanno bisogno di conoscere e riconoscere il proprio valore. Parlare di educazione finanziaria non significa soltanto insegnare agli studenti a gestire meglio il denaro. Significa anche interrogarsi sul valore economico, sociale e culturale della professione docente.
Ed è forse proprio da qui che si può cominciare: dalla consapevolezza.
Dove trovare Giovanna Badalassi e Ladynomics
Per approfondire il lavoro di Giovanna Badalassi e Federica Gentile:
Sito Ladynomics
www.ladynomics.it
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Contatti
ladynomics@gmail.com
Libro citato
Giovanna Badalassi, Federica Gentile,
Signora Economia. Guida femminista al capitale delle donne,
le plurali editrice.
Guarda l’intervista completa
Nel video trovi la conversazione integrale con Giovanna Badalassi: educazione finanziaria, gender gap, orientamento scolastico, lavoro di cura, valore della professione docente, algoritmi e pensiero collettivo.

Educazione finanziaria, stereotipi di genere e orientamento: una riflessione sul rapporto tra scuola, denaro e libertà di scelta.
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Che cosa dovrebbe fare la scuola per rendere l’educazione finanziaria davvero utile, concreta e libera dagli stereotipi?
Scrivilo nei commenti: il confronto tra docenti, educatori, educatrici e famiglie è parte del lavoro culturale di cui abbiamo bisogno.