Come promuovere il benessere in classe senza rinunciare alla qualità dell’istruzione
In sintesi
La recente notizia di una famiglia finlandese che ha lasciato l’Italia a causa dei presunti limiti del sistema scolastico ha suscitato un acceso dibattito, nel quale sono intervenuti, tra gli altri, il dirigente scolastico Alfonso D’Ambrosio e il giornalista Mario Giordano.
Le ragioni del contendere
«La scuola deve insegnare, non dare felicità». Questo il titolo che campeggia al centro di un articolo pubblicato su Panorama nella rubrica Il grillo parlante, in cui trovano spazio le opinioni del noto giornalista Mario Giordano.
L’intervento, di taglio polemico e irridente, contesta le proposte didattiche in merito alle strategie valutative attuate nella scuola di Lozzo Atestino, diretta dal professor Alfonso D’Ambrosio.
«Caro Giulio, sei un ragazzo molto simpatico. Certo: se in terza media sapessi almeno la tabellina del tre sarei più felice. Ma chi sono io per giudicarti?»; «Cara Vanessa, sei una ragazza molto carina. Certo: se in terza media sapessi che si scrive carina e non charina con l’acca, sarebbe meglio. Ma chi sono io per giudicarti?»
Quelle che ho appena citato non sono, come qualsiasi insegnante capirà al volo, le lettere di valutazione che realmente ricevono gli studenti, bensì le capziose ricostruzioni dello stesso Giordano, che sente il bisogno impellente di dire la sua (è un suo diritto, ci mancherebbe) anche in un ambito nel quale però dà prova di smaccata ignoranza. Questi fantasiosi giudizi ideati dal giornalista per mettere alla berlina la valutazione formativa, oltre a lasciar trapelare una punta di sessismo (Giulio è simpatico, Vanessa è carina), denotano scarsa dimestichezza con la docimologia e con la normativa scolastica sul tema, nonché con i rudimenti della psicologia cognitiva.

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Il quadro normativo
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Partiamo dal sottotitolo: «Letterine e commenti invece che voti: è l’idea di un preside padovano. Ma in aula occorre imparare grammatica, aritmetica e molto altro». La dittologia “letterine e commenti”, che riduce i giudizi circostanziati espressi dai docenti al rango di missive per Babbo Natale e post sui social, si riferisce alla valutazione formativa che, com’è noto almeno agli addetti ai lavori, non è certo «l’idea di un preside padovano».

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La sperimentazione condotta da D’Ambrosio è infatti coerente con le linee guida sulla didattica digitale integrata contenute nel decreto n. 39/2000 del Ministero dell’Istruzione, che a sua volta si fonda sulla precedente legislazione in materia di valutazione (soprattutto l’Ordinanza n. 172/2020 relativa alla scuola primaria, il Decreto legislativo 62/2017, il DPR 122/2009), come ricorda un altro Paolo Fasce, dirigente scolastico intervenuto nel dibattito sulla testata Gli Stati Generali.
La legge in pratica
Inoltre, queste istanze innovative sono tutt’altro che isolate. Di recente, ad esempio, si è discusso ampiamente dei risultati raggiunti dalla sezione sperimentale del Liceo Morgagni di Roma, dove i risultati delle prove standardizzate Invalsi risultano in linea con la media nazionale, se non superiori. L’alternativa manichea tra felicità e cultura sostenuta da Giordano è frutto di una distorsione cognitiva legata al pensiero dicotomico, che non tiene conto del fatto che la felicità non soltanto non ostacola i processi di apprendimento, ma anzi li agevola. Vediamo insieme come.
Il ruolo delle emozioni nel processo di apprendimento
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Visto che Giordano chiama in causa le tabelline, rispondo con un esempio analogo tratto dal libro di Daniela Lucangeli, Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere:
«Se mentre imparo la tabellina del 7 sperimento fiducia del mio insegnante nelle mie capacità, io metto in memoria sia quello che lui mi ha insegnato, sia la sua fiducia; ogni volta che “riapro il cassetto della memoria” che contiene la tabellina del 7, riprendo anche la sua fiducia, che mi dà incoraggiamento. Se invece mi sento sotto giudizio, penso che “tanto non sono capace” di imparare la tabellina e dico che 7 x 7 fa 47, oltre a fare un errore di calcolo vivo uno stato mentale di sofferenza che ha a che fare con il meccanismo dell’impotenza appresa» (p. 19).
Associare la scuola unicamente al dolore e alla mortificazione (o, per usare una parola che ultimamente va di moda, all’umiliazione) non soltanto non promuove i processi di apprendimento, ma li ostacola:
«Se gli errori che i bambini compiono a scuola causano dolore, perché accompagnati da emozioni sgradite, l’alert che si stabilisce nella loro memoria è “Scappa”, non è “Affronta l’erorre e modificalo”. […] Avere in memoria la traccia non solo dell’informazione studiata, ma anche dell’emozione di paura associata al momento dell’apprendimento, genera un vero e proprio cortocircuito: il bambino ritrova quello che ha memorizzato a livello di conoscenza, ma anche l’emozione che lo invita a starne lontano» (p. 19).
In generale, la salute mentale dei nostri studenti, conditio sine qua non per il benessere e conseguentemente per un buon rendimento scolastico, sembra essere in pericolo. Secondo i dati raccolti dall’OMS, in Europa la depressione e i disturbi d’ansia sono due fra le patologie più diffuse tra bambini e adolescenti, e il suicidio è la prima causa di morte nella fascia di età compresa tra i 10 e i 19 anni nei Paesi a basso e medio reddito (la seconda in Europa). Perché allora scagliarsi con tanta vis polemica contro chi tenta di creare un clima positivo e di tutelare il benessere in classe?

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Numeri o parole?
Proprio da questo punto di vista si possono apprezzare i vantaggi di una valutazione formativa, che non riduca a un numero secco lo sforzo compiuto dai nostri studenti, ma si esprima in un giudizio argomentato (lo stesso giudizio che, sarei pronta a scommetterci, lo stesso Giordano avrà letto anche in fondo ai suoi temi quando andava alle elementari, nei primi anni settanta, perché non è certo una recente invenzione di un preside padovano).
Un giudizio che spieghi agli studenti dove hanno sbagliato e dove invece hanno fatto bene, come possono migliorare e come evitare di impantanarsi. A questo può contribuire la penna verde per sottolineare i progressi degli studenti, accanto (e non al posto, sia chiaro) della penna rossa per segnalare gli errori. E anche questa, contrariamente a quanto sembra credere Giordano, non è un’invenzione di D’Ambrosio. Alla Sapienza, Luca Serianni correggeva i nostri esami usando l’evidenziatore verde per premiare le idee intelligenti, e ogni verde aveva un peso nella valutazione.
Insomma, niente di nuovo sul fronte occidentale, nessuna ragione per gridare allo scandalo né per esortare il ministro dell’istruzione a «dare un’occhiata all’istituto di Lozzo Atestino» (invito che evoca minacciosamente alla memoria scenari orwelliani).
Che differenza c’è tra un numero e un giudizio argomentato?
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Se è vero, come scrive giustamente Giordano, che «i voti servono per capire quel che si è fatto e che resta da fare, quanto ci si è impegnati» (sul «quanto gli altri sono stati più bravi» aggiunto in chiusura dal giornalista ho le mie riserve, ma questa è un’altra storia), non sarà forse un giudizio motivato e disteso ben più eloquente ed efficace rispetto a una cifra muta? In una valutazione descrittiva il docente ha modo di consigliare approfondimenti di lettura, di illustrare la natura degli errori commessi e invitare lo studente a riflettere sulla loro causa. Si tratta di un errore nell’uso dei pronomi? Nel giudizio consiglierò di ripassare quello specifico capitolo della grammatica. Le parole nel tema sono usate a sproposito? Potrò suggerire l’uso del vocabolario in occasione della prossima verifica, e proporre alcune letture integrative. Potrei mai fare altrettanto con un 5 o con un 8? Niente di strano (né, soprattutto, di male) nel fatto che questa scelta contribuisca a rendere «ragazzi e docenti soddisfatti», come scrive indignato Giordano. Aggiungerei che, oltre a essere più soddisfatti, è probabile (nonché, a quanto pare, dimostrato dalle prove standardizzate) che gli studenti siano almeno tanto competenti e preparati quanto i loro coetanei, e forse più sereni.
La proposta di D’Ambrosio
Nell’intervista di lunedì scorso su Fahrenheit, il preside dell’istituto che ha suscitato lo sdegno del giornalista ha spiegato che una delle priorità della scuola che dirige è promuovere il benessere di tutta la comunità scolastica (anche dei docenti), e non soltanto in termini astratti, ma misurandolo con un test ad hoc, il QBS (Questionario del benessere a scuola). Come abbiamo visto, infatti, gli studi neuroscientifici dimostrano che le emozioni lasciano una traccia nelle nostre memorie cognitive e influenzano i processi di apprendimento: pertanto, un buon livello di benessere può favorirli. Inoltre, «la buona notizia che viene dalla ricerca psicologica è che le competenze che promuovono le dimensioni chiave del benessere […] possono essere insegnate» (Flavia Cristofolini, Andrea Gaggioli, La felicità si impara (anche) a scuola, p. 7). Perché, allora, rinunciare a questa preziosa opportunità?
Sia chiaro: non si tratta di trasformare la scuola italiana in un «Paese dei Balocchi» di collodiana memoria, come sostiene faziosamente Giordano. Noi docenti abbiamo, a mio avviso, anche il compito di educare a superare la frustrazione legata alle difficoltà dell’apprendere, e non di rimuovere questa difficoltà. L’insegnante non è, contrariamente a quanto ci viene fatto credere, né un animatore né un intrattenitore. Salvo rare eccezioni, c’è chi diverte e distrae molto meglio di noi prof: a ciascuno il proprio mestiere. Ma non sarà più semplice e meno inutilmente doloroso imparare in un clima sereno e collaborativo, circondati da compagni che non spiano i nostri risultati per ridere di noi o per autoflagellarsi, sotto la guida competente di un insegnante che ti mostra la strada senza umiliarti e mortificarti, perché sa (e ti spiega) che l’errore è parte del percorso? Non è proprio l’atteggiamento sprezzante di alcuni docenti e la scarsa attenzione per il benessere psicofisico degli studenti una delle ragioni della fuga della famiglia finlandese di cui si è tanto discusso sui giornali e sui social nei giorni scorsi?
Mi chiedo se Giordano preferirebbe un 4 e mezzo in rosso in calce al suo articolo o un più incoraggiante “Caro Mario, sei anche simpatico. Certo, se al liceo avessi studiato meglio Aristotele le tue argomentazioni sarebbero più solide. Ma chi sono io per giudicarti?”.

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Risposta sontuosa: mi auguro che Mario Giordano lo legga e si ravveda.
Grazie mille per aver letto e commentato! Dubito che l’articolo arriverà a Giordano, ma uno dei miei obiettivi è rendere la scuola un ambiente più inclusivo, accogliente e sereno per tutti, docenti inclusi, perciò ci tenevo a parlarne su FuoriClasse! A presto 🙂