Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae
Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, mare scrutantur: si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit: soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.
Rapinatori del mondo, i Romani, dopo aver tutto devastato, non avendo più terre da saccheggiare, vanno a frugare anche il mare; avidi se il nemico è ricco, smaniosi di dominio se è povero; tali da non esser saziati né dall’Oriente né dall’Occidente, sono gli unici che bramano con pari veemenza di possedere tutto, e ricchezze e miseria. Rubare, massacrare, rapinare, questo essi, con falso nome, chiamano impero e là dove hanno fatto il deserto, dicono d’aver portato la pace.
(Tacito, Agricola, 30, 6-7, trad. di B. Ceva, da Musae comites, di P. Fedeli, E. Malaspina, L. Antonelli, Deascuola/Petrini, p. 386)
Le parole che hai appena letto sono tratte dal discorso pronunciato da Calgaco, principe dei Caledoni, per esortare i suoi soldati ad affrontare valorosamente lo scontro con le truppe romane.
O, meglio, sono le parole che Tacito, autore latino del I secolo d.C., gli attribuisce nella sua opera storiografica intitolata Agricola. Questo libro è infatti l’unica fonte storica che menziona Calgàco e lo definisce come “il più distinto per valore e nobiltà tra i diversi capi” dei popoli della Britannia.
Siamo alle soglie della battaglia del Monte Graupio, nella Scozia del nord, negli anni 80 del I secolo d.C. Le truppe caledoni si preparano allo scontro definitivo con l’esercito romano, guidato da Giulio Agricola, governatore romano della Britannia.
Nel discorso di Calgaco, Tacito formula un’aspra condanna dell’imperialismo romano.
Secondo l’autore, i Romani sono conquistatori insaziabili mossi dal desiderio sfrenato di ricchezze. Assetati di potere, hanno ridotto in schiavitù moltissimi popoli e spacciano per pace la devastazione e i massacri di cui sono responsabili.
Figli di Marte
Come forse sai già, la storia dell’antica Roma è caratterizzata da uno stato di guerra quasi permanente fin dalle origini. Molte fonti latine di epoche diverse ci raccontano come la guerra fosse considerata da molti un male necessario per ottenere e preservare la pace.
«Si vis pacem, para bellum», «Se vuoi la pace, prepara la guerra» è una frase dell’autore romano Vegezio, vissuto tra il IV e il V sec. d.C., divenuta ormai proverbiale.
Una leggenda relativa alla nascita di Roma racconta che Romolo, fondatore di Roma, e suo fratello Remo fossero figli di Marte, dio della guerra. E i numerosi eventi bellici che attraversano nei secoli la storia romana sembrano alimentare la leggenda, giustificando la propensione dei Romani per la guerra e il ruolo centrale dell’esercito nella società.
Dalla battaglia del Lago Regillo tra Romani e Latini, nel 496 a.C., allo scontro con Attila nel 447 d.C., i Romani combatterono pressoché ininterrottamente per quasi mille anni, ottenendo importanti vittorie o riportando tragiche sconfitte.
Che si trattasse di scontri a scopo difensivo, nati dalla necessità di contrapporsi alle pressioni dei popoli vicini, come in epoca arcaica, oppure, più tardi, di campagne belliche originate da ambizioni espansionistiche e poi addirittura imperialistiche, la guerra era all’ordine del giorno.
La voce dei vinti
Nel corso dei secoli, però, alcuni grandi intellettuali e scrittori latini si sono interrogati sulla legittimità dell’imperialismo romano, sforzandosi perfino di adottare il punto di vista dei popoli sconfitti, per comprendere le loro paure, le loro ragioni, le loro scelte.
Così fa Tacito, che nell’Agricola elogia l’eroismo, il coraggio, la lealtà di Calgaco nei confronti del suo popolo.
Non dobbiamo però fraintendere questa scelta: Tacito è fedele all’Impero romano ed è convinto che il suo compito sia quello di civilizzare gli altri popoli, che dovrebbero obbedire alle leggi romane non per terrore, ma per proprio interesse. Ciò nonostante ammira i Britanni, pronti a lottare fino alla morte per la propria libertà.
Prima di Tacito, anche Cesare, nel De Bello Gallico, il libro che racconta la conquista della Gallia da parte di Roma, aveva offerto un ritratto lusinghiero dei nemici di Roma. Vercingetorige, principe della tribù degli Arverni, è presentato da Cesare come un comandante abile, carismatico e determinato:
Allo stesso modo Vercingetorige, figlio di Celtillo Arverno, giovane di grandissima potenza, […] convocò colà tutti i suoi clienti e facilmente li animò. Conosciuto il suo progetto, tutti corsero alle armi. Gli frappose ostacoli Gobannizione, suo zio, ed altri capi che non ritenevano opportuno che si dovesse correre quest’alea; perciò venne scacciato dalla città di Gergovia. Tuttavia egli non desistette dal suo proposito e fece leve in tutte le campagne di uomini indigenti e rotti ad ogni rischio.
Formato questo primo gruppo trascinò al suo intento tutti quelli del suo popolo che riuscì ad avvicinare, li esortò a prendere le armi per la comune libertà e dopo aver raccolto un forte esercito, espulse dalla città i suoi avversari dai quali poco prima era stato scacciato. I suoi lo acclamarono re. […] Aveva somma diligenza e grandissima severità di comando; con la sua severità delle pene costringeva all’ubbidienza i dubitosi.
(Cesare, De bello Gallico, VII, 4, trad. di R. Ciaffi, da Musae comites, di P. Fedeli, E. Malaspina, L. Antonelli, Deascuola/Petrini)
Ma attenzione: l’obiettivo di Cesare e del suo elogio di Vercingetorige è soprattutto dimostrare la propria abilità di condottiero, in grado di sconfiggere rivali temibili come i Galli e il loro principe.
Molti secoli dopo, due grandi fumettisti e umoristi, Goscinny e Uderzo, per riscattare i Galli, lontani antenati dei francesi, inventeranno un piccolo villaggio dell’attuale Britannia in grado di resistere ostinatamente all’avanzata delle truppe romane.
Il segreto della loro forza è una pozione magica preparata da Panoramix, un druido (cioè un sacerdote-stregone). Questa misteriosa bevanda rende invincibili gli abitanti del villaggio che, guidati da Asterix e dal suo amico Obelix, riescono a tener testa alle truppe di Cesare e a impedire la conquista della Gallia da parte dei Romani.
Questione di punti di vista
Sai, non sempre abbiamo la possibilità di conoscere la storia dal punto di vista dei vinti. Dei grandi eventi del passato più remoto spesso sopravvivono soltanto le ricostruzioni dei vincitori. Talvolta questi ultimi cercano di raccontarci come la pensavano i loro avversari, proprio come hanno fatto Cesare e Tacito. Ma i loro racconti non possono certo essere oggettivi e imparziali.
A mano a mano che ci avviciniamo al presente, invece, le testimonianze che documentano lo stato d’animo e le gesta dei popoli sconfitti aumentano progressivamente.
Pensa ad esempio al genocidio dei nativi americani, sterminati dai colonizzatori, dalle malattie importate dall’Europa, dai lavori forzati e dalle condizioni di semi-schiavitù a cui furono ridotti. Secondo gli studiosi, nell’arco di un secolo perse la vita il 90% degli indigeni.
Alcuni di loro hanno lasciato importanti resoconti della tragedia dei loro popoli. Ad esempio, il cronista indigeno Guamàn Poma de Ayala scrisse una lettera indirizzata al re Filippo III di Spagna. Nella lettera, l’autore ripercorre la storia del proprio popolo e descrive le atrocità subìte da parte degli invasori, implorando il re di intervenire per frenare la strage e instaurare un buon governo. Questo importante documento rimase nascosto per secoli e fu ritrovato in un archivio a Copenaghen soltanto nel XX secolo.
In anni molto più recenti, cioè nel 2006, il regista Clint Eastwood ha dedicato due film alla battaglia tra l’esercito statunitense e quello giapponese che si svolse sull’isola di Iwo Jima, uno degli episodi più sanguinosi della Seconda Guerra Mondiale. Il primo film, Flags of our Fathers, racconta lo scontro dal punto di vista dei vincitori, i marines inviati dagli Stati Uniti, mentre il secondo, Lettere da Iwo Jima, si basa sulle lettere del comandante giapponese Kuribayashi e descrive l’evento dalla prospettiva dell’esercito nipponico sconfitto.
Come già Cesare e Tacito, anche Eastwood riflette su una guerra che ha coinvolto il suo popolo tentando di comprendere le ragioni e i sentimenti dei suoi avversari, rendendo così un omaggio commosso alle vittime di entrambi gli eserciti.
Alcuni autori della letteratura latina ci ricordano che riflettere sulla storia da un punto di vista diverso dal nostro è fondamentale per comprendere meglio le motivazioni, le emozioni e le sofferenze delle vittime dei conflitti.
È importante ricordare sempre che la storia è un intreccio di molteplici prospettive che meritano di essere prese tutte in considerazione. Soltanto così potremo avvicinarci alla verità storica in modo più completo e obiettivo, nel tentativo di costruire un futuro più giusto e pacifico per tutti.
E a te vengono in mente altri eventi bellici che hai studiato soltanto dal punto di vista dei vincitori? Come pensi che cambierebbe la tua prospettiva se potessi ascoltare anche la voce dei vinti?
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