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Un libro per tutto

La ragione principale per andare a scuola è quella di imparare, per il resto della vita, che c’è un libro per tutto.
(Robert Frost)

Da quando ho cominciato a insegnare latino al liceo, realizzando uno dei miei più grandi sogni, mi è sempre piaciuto inaugurare l’anno scolastico leggendo ai miei alunni, trincerati dietro ai banchi nel loro primo giorno di scuola, le prime pagine di un libro di Nicola Gardini che s’intitola Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile.

Vorrei che questo blog prendesse le mosse da quelle stesse parole, che ormai mi sono care e, spero, anche propiziatrici:

«Come nasce l’amore di una lingua? Del latino, poi? Io mi sono appassionato al latino fin da bambino. Non so esattamente perché. […] Difficile spiegare un istinto, una vocazione. Si può, semmai, raccontare una storia.

Il latino mi ha aiutato a uscire dalla famiglia, a trovare la strada della poesia e della scrittura letteraria, ad avanzare negli studi, a innamorami della traduzione, a dare ai miei vari interessi un indirizzo comune e, alla fine, anche a guadagnarmi da vivere. […]

Nella giovinezza ci ho trovato un amuleto e uno scudo magico, un po’ come Julien Sorel, il protagonista del Rosso e il nero. […]

Grazie al latino non sono stato solo. La mia vita si è allungata di secoli e ha abbracciato più continenti. Se ho fatto qualcosa di buono per gli altri, l’ho fatto grazie al latino. Il buono che ho dato a me stesso, quello, non c’è dubbio, l’ho tratto dal latino.»

Come l’autore di questo bell’incipit, neanche io saprei dire come e quando sia nato in me l’amore per il latino e, inestricabile da questo, per l’insegnamento.

Senza dubbio, all’origine di tutto dev’esserci stato l’imprinting di mia mamma.

Nella mia personale mitologia infantile, tre sono i ricordi che, per associazione spontanea, collego alla nascita del mio sogno di insegnare.

Il primo in ordine cronologico risale ai miei tre anni. Non saprei più neanche dire se si tratti di un ricordo o – più probabile – di un episodio che mi è stato raccontato così tante volte da lasciare impressa nella mia memoria un’immagine vivida e realistica, praticamente una foto. È un’immagine di me bambina, quando avevo i capelli ancora ricci e la quasi totalità del mio viso era occupata dalle guance, che schiero i miei pupazzi di fronte a me e, alla domanda di mio padre su cosa stessi facendo, rispondo: «Il concorso». Dovevano essere appunto gli anni in cui mia madre studiava per il concorso a cattedra, grazie al quale sarebbe diventata insegnante (di latino e greco, lei). A distanza di trent’anni esatti, conoscendo i miei, posso ipotizzare con un certo margine di certezza che di concorso si dovesse sentir parlare assai spesso in casa, in vista del fatidico evento. Abbastanza spesso, almeno, da indurmi a sottoporre a quella stessa prova anche la mia bambola di pezza, Tommasetto, e i miei peluches.

L’altra pietra miliare del mio Bildungsroman è la storia di mia mamma: nella sua famiglia, lei e i suoi due fratelli maggiori erano stati i primi a laurearsi, e ai miei nonni era costato grandi sacrifici garantire a tutti e tre i figli questa possibilità. Per mia mamma, studiare latino e greco al liceo classico contando solo sulle proprie forze, in una casa dove di libri ce n’erano pochi, e laurearsi, poi, a pieni voti in lettere classiche, era giustamente motivo di orgoglio. Era anche quanto mi veniva costantemente rinfacciato quando, al ginnasio, le chiedevo aiuto se non riuscivo a tradurre la versione. Se ci era riuscita da sola lei, potevo farcela anch’io. L’ammirazione nei suoi confronti e lo spirito di emulazione hanno sicuramente influenzato il mio percorso di studi e la mia scelta professionale.

Tre, i libri. I libri che mi leggeva lei la sera per farmi addormentare (finendo inevitabilmente per addormentarsi lei per prima), tra i quali soprattutto mi è caro Storie della storia del mondo, di Laura Orvieto, in cui una mamma racconta ai suoi figli, Lia e Leo, storie della mitologia greca. Ma anche i libri che mi regalava continuamente e che mi accompagnava a scegliere alla Feltrinelli di Laro Argentina, quando ancora era soltanto una libreria e i libri erano tanti, impilati in maestose montagne per terra. Nel primo libro che ho letto da sola, che ancora conservo, la sua dedica era: «A Irene, perché sappia che con un libro non ci si annoia mai».

E così, leggendo (grazie a lei, con lei e senza di lei), ho imparato che c’è un libro per tutto e che a tutto puoi trovare risposta in un libro. Che c’ è un libro per ogni stato d’animo, per ogni sfida, per ogni paura, per ogni avventura, per ogni età. Che solo un libro (ancora oggi) ti permette di viaggiare nel tempo e nello spazio, dentro e fuori di te.

E ho capito che era questo che volevo dire agli altri, questo era quanto di buono potevo fare per gli altri. E, per farlo, dovevo insegnare.

Per questo, oggi, con le scuole chiuse e il clima post-apocalittico che ci circonda, quella stessa urgenza deve trovare altri sbocchi, altri canali, altre strade. Anche un blog, perché no? Per fare rete con chi condivide con me l’amore per la scuola, per costruire insieme un’alternativa, per interrogarsi e confrontarsi su come possiamo continuare a fare il nostro il lavoro, anche in questo momento.

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About Irene Gualdo

Mi chiamo Irene e sono un’insegnante di materie letterarie e latino. Terminati gli studi all’università ho conseguito l’abilitazione all’insegnamento e, grazie al concorso ordinario del 2016, ho incominciato a insegnare in un liceo di Roma. Dopo l’abilitazione, mi sono specializzata nelle attività didattiche di sostegno e mi sono addottorata in filologia italiana.

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