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Adriano, un imperatore tra luci e ombre

I ricordi di un imperatore

«La prima spedizione contro i Daci fu lanciata l’anno seguente. Io mi sono sempre opposto, sia per inclinazione che per politica, a tutte le guerre, ma sarebbe stato troppo al di sopra – o al di sotto – dell’umano non inebriarsi per quelle grandiose imprese di Traiano. Visti nell’insieme, a distanza, quegli anni di guerra, posso annoverarli tra quelli felici. Gli inizi furono duri, o almeno tali mi parvero. Sulle prime, occupai posti subalterni; non avevo ancora guadagnato interamente la benevolenza di Traiano. Ma conoscevo bene il paese; sapevo d’essere utile. […] Quanto più ero messo in disparte, al quinto grado o addirittura al decimo, tanto meglio conoscevo le truppe, e partecipavo alla loro vita. […] E avevo qualche vantaggio al mio attivo: la simpatia per quel paese inclemente, la passione per tutte le forme volontarie, e del resto intermittenti, di privazioni e di austerità. Ero forse il solo tra gli ufficiali giovani a non avere nostalgia di Roma. Più si prolungavano gli anni nel fango e nella neve, più si mettevano in evidenza le mie qualità.»

(M. Yourcenar, Memorie di Adriano, Einaudi, Torino 1981, trad. L. Storoni Mazzolani)

Con queste parole, l’imperatore Adriano racconta le sue prime imprese militari in Dacia, quando era ancora un giovane soldato al comando di un altro princeps, Traiano. O, meglio, la scrittrice Marguerite Yourcenar, autrice di un romanzo intitolato Memorie di Adriano, immagina che fossero più o meno questi i ricordi di uno degli imperatori più importanti e famosi della storia di Roma.

Marguerite è poco più che una bambina quando, a undici anni, visita il British Museum, a Londra, e rimane incantata di fronte al busto marmoreo di Adriano. Molti anni dopo, proprio come avrebbe fatto un’archeologa, Yourcenar inizia a scavare nelle fonti storiche e letterarie per ricostruire la psicologia e il carattere di questo imperatore a cui dedica uno dei suoi libri di maggiore successo.

Copertina podcast "Scrinium. I tesori del latino"

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Nel romanzo, Adriano è ormai sessantenne, ammalato, e, sentendosi prossimo alla morte, vuole trasmettere al futuro imperatore filosofo Marco Aurelio, l’esperienza maturata in oltre vent’anni di regno, dal 117 d.C.

Per farlo si affida ai suoi ricordi.

Scopriamo così le fragilità e i segreti di uno degli uomini più potenti del mondo nel momento in cui è più vulnerabile, a causa della vecchiaia e delle sue precarie condizioni di salute.

Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo. Volevo che le città fossero splendide, piene di luce, irrigate d’acque limpide, popolate da esseri umani il cui corpo non fosse deturpato né dal marchio della miseria o della schiavitù, né dal turgore d’una ricchezza volgare […].

Volevo che l’immensa maestà della pace romana si estendesse a tutti, insensibile e presente come la musica del firmamento nel suo moto; che il viaggiatore più umile potesse errare da un paese, da un continente all’altro, senza formalità vessatorie, senza pericoli, sicuro di trovare ovunque un minimo di legalità e di cultura […].

A questo ideale, in fin dei conti modesto, ci si avvicinerebbe abbastanza spesso se gli uomini vi applicassero una parte di quell’energia che van dissipando in opere stupide o feroci. E durante l’ultimo quarto di secolo, la sorte propizia mi ha consentito di realizzarlo in parte.

(M. Yourcenar, Memorie di Adriano, Einaudi, Torino 1981, trad. L. Storoni Mazzolani)

Le luci

Nato in Spagna, nel 76 d.C., Adriano è un lontano parente dell’imperatore Traiano, per l’esattezza è figlio di suo cugino, Publio Elio Adriano Afro. Dopo averne apprezzato l’ingegno e le capacità militari, Traiano lo nomina suo successore.

Così, Adriano sale al potere nel 117 e si dedica non tanto alle guerre di conquista, quanto al consolidamento dei confini dell’impero. Roma, in quegli anni, ha raggiunto la sua massima espansione territoriale, perciò è fondamentale proteggere le frontiere da eventuali attacchi nemici.

Con in mente questo obiettivo, l’imperatore inizia una lunga serie di viaggi per ispezionare le province. In Britannia, che, come abbiamo visto nei precedenti episodi, era stata ridotta a provincia grazie alle campagne militari di Giulio Agricola, Adriano fa costruire un vallo, cioè un muro fiancheggiato da un fossato, che ancora oggi puoi visitare. Si tratta di un’imponente fortificazione di pietra al confine tra Scozia e Inghilterra che doveva servire a impedire le incursoni della tribù dei Pitti.

Quest’opera pubblica non ebbe soltanto una funzione difensiva, ma rappresentò un’occasione per dare lavoro, fondare nuovi villaggi nei pressi del muro, mostrare ai nemici di Roma la qualità della vita di cui godevano i suoi cittadini e quanto fosse più conveniente entrare a far parte dell’impero piuttosto che osteggiarlo.

Durante i suoi viaggi, grazie ai quali riuscì a percorrere praticamente tutto l’impero, non si dedicò soltanto alla difesa dei confini, ma cercò il più possibile di migliorare la qualità della vita delle province. Al contrario di altri imperatori, che governarono l’impero senza mai allontanarsi da Roma, Adriano volle conoscere direttamente il territorio che doveva governare. In queste spedizioni, l’imperatore porta con sé i suoi collaboratori più fidati e lascia traccia del suo passaggio in ogni provincia, costruendo opere pubbliche di tutti i tipi, per soddisfare le esigenze delle diverse comunità.

Anche a Roma Adriano dà un importante impulso all’attività edilizia, facendo costruire un mausoleo, oggi noto come Castel Sant’Angelo, e ricostruire il Pantheon, una delle principali mete turistiche della capitale. Nella campagna romana, vicino a Tivoli, fa costruire una magnifica villa che prende il suo nome e dove ancora oggi si organizzano concerti ed eventi culturali.

La politica interna di Adriano fu ispirata al principio della tolleranza. Cercò ad esempio di migliorare le condizioni di vita degli schiavi che, come abbiamo visto nell’episodio XXXX di Scrinium, erano particolarmente dure. Anche nei confronti dei cristiani, che erano stati a lungo perseguitati, si dimostrò più aperto dei suoi predecessori.

Le ombre

Pur essendo passato alla storia come una persona dal carattere mite e un imperatore pacifista, Adriano non fu certo estraneo alle maniere forti. Pensa ad esempio a come reagì alla rivolta ebraica del 135 d.C.

La Giudea era da molto tempo un focolaio di ribellioni contro l’impero: i suoi abitanti entravano spesso in conflitto con Roma per ragioni religiose e politiche.

In questo caso, l’insurrezione scoppiò per due ragioni. La prima fu il divieto di circoncisione introdotto da Adriano. I Romani consideravano questa pratica barbara e incivile, mentre per i Giudei rappresentava un imprescindibile rituale religioso. La seconda ragione fu il progetto dell’imperatore di costruire una nuova città sulle rovine di Gerusalemme, città sacra per il popolo ebraico, e di instaurarvi il culto di Giove.

La rivolta fu accuratamente organizzata all’insaputa dell’imperatore, al punto che il suo scoppio risultò per i Romani un evento inatteso, al quale non erano preparati. I ribelli, guidati da Simone Bar Kokheba, evitarono il più possibile gli scontri in campo aperto, preferendo piuttosto attività di guerriglia. Il governatore della Palestina, Rufo, non riuscì a sedare la ribellione. Per questo, Adriano gli tolse il comando, affidandolo a Giulio Severo.

Giulio Severo era un patrizio che si era distinto per le sue doti militari in Pannonia, attuale Ungheria, e politiche durante i governatorati in Dacia e in Britannia. Incaricato dall’imperatore di reprimere la rivolta, decise di tagliare i rifornimenti ai ribelli e di isolare le singole unità in rivolta, affrontandole separatamente.

Lo scontro decisivo si svolse nel 135 d.C., nei pressi di Gerusalemme. Fu una carneficina: lo storico Cassio Dione racconta che i morti di parte giudaica furono quasi 600.000. La vittoria di Roma rappresentò per i Giudei la fine del sogno di ottenere l’indipendenza.

Il romanzo biografico di Marguerite Yourcenar e le fonti storiche che abbiamo in parte esplorato ci offrono un ritratto sfaccettato dell’imperatore Adriano, diviso tra il desiderio di realizzare un ideale di pace e prosperità per l’impero e la tendenza a ricorrere alla violenza pur di garantire a Roma questa stabilità.

Da un lato, Adriano sognava di rendere il mondo un luogo migliore, di costruire città splendide, abitate da persone libere da miseria e schiavitù. Eppure, molte delle sue scelte politiche, come la dura repressione della rivolta giudaica, sollevano interrogativi sulla vera natura del suo impero.

Ora come allora, è difficile esprimere un giudizio univoco sulla condotta delle donne e degli uomini che detengono il potere. Anche i politici di oggi sono costretti a cercare compromessi sempre nuovi tra il bisogno di controllare le frontiere degli stati, la sicurezza e l’ordine pubblico, e la necessità di tutelare i diritti umani e di promuovere la pace nel mondo.

Con quali strumenti le cittadini e i cittadini possono valutare la correttezza delle loro azioni? Dov’è la linea di confine tra il desiderio di pace e tranquillità e l’esercizio di un potere autoritario? Cosa possiamo imparare dalle ambiguità di Adriano e come possiamo applicare questi insegnamenti al mondo in cui viviamo?

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About Irene Gualdo

Mi chiamo Irene e sono un’insegnante di materie letterarie e latino. Terminati gli studi all’università ho conseguito l’abilitazione all’insegnamento e, grazie al concorso ordinario del 2016, ho incominciato a insegnare in un liceo di Roma. Dopo l’abilitazione, mi sono specializzata nelle attività didattiche di sostegno e mi sono addottorata in filologia italiana.

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