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La città romana: tra attenzione all’ambiente e urbanizzazione selvaggia

Copertina podcast "Scrinium. I tesori del latino"

Animali in città

Ricordi?

Con lo scoppio della pandemia, l’emergenza sanitaria ci ha costretti a trascorrere lunghi periodi confinati in casa, abbandonando le strade delle città per evitare il rischio di contagio e di propagazione del virus.

Eppure, mentre noi sognavamo l’aria aperta affacciati alle finestre delle nostre stanze, sembra proprio che qualcun altro abbia approfittato senza troppe remore della nostra assenza per esplorare gli spazi urbani.

I suoni della natura hanno gradualmente preso il posto dello strombazzare dei clacson, del rombo dei motori, dello sferragliare delle saracinesche.

Molti animali che fino ad allora si erano tenuti cautamente alla larga dal caos delle aree antropizzate hanno lasciato i loro habitat naturali per esplorare nuovi territori.

E così, con grande stupore e forse un pizzico d’invidia, abbiamo visto intere famigliole di cinghiali scorrazzare allegre per le vie di Roma, giovani caprioli in viaggio d’istruzione nei parchi cittadini della Lombardia, delfini danzare a pelo d’acqua e daini in cerca di erba fresca nei campi da golf a Cagliari, maestosi cigni sguazzare indisturbati tra i canali di Venezia.

E l’elenco potrebbe proseguire ancora a lungo!

La diminuzione del traffico e del turismo e l’inevitabile rallentamento delle attività produttive ha causato un drastico calo delle sostanze inquinanti presenti negli ambienti cittadini, favorendone il graduale ripopolamento da parte degli animali. Molte specie selvatiche hanno trovato nei nostri centri abitati rifugio e cibo in abbondanza.

Questa inattesa riscossa della natura in tempi di quarantena ha colpito subito l’attenzione dei media e ci ha portato a riflettere sul delicato rapporto tra insediamenti urbani ed ecosistema.

Quanto inquinavano gli antichi romani?

Il confine che separa lo spazio umano e il regno della natura è una linea sfumata e in continuo movimento.

Fin dall’antichità, il processo di conquista dei territori in cui vivere, da coltivare e da destinare al pascolo ha comportato una negoziazione, non sempre pacifica e indolore, tra l’essere umano, la flora e la fauna.

Copertina podcast "Scrinium. I tesori del latino"

Ascolta l’episodio di Scrinium. I tesori del latino

L’aggettivo italiano urbano, che significa ‘cittadino’, deriva dal latino urbs, ‘città’. Da urbs derivano anche urbanizzazione, che indica il processo di sviluppo e di organizzazione dei centri abitati, e urbanistica, il nome della disciplina che studia gli insediamenti umani, il loro sviluppo e la loro pianificazione.

Il successo di questa parola latina dipende dal fatto che gli antichi romani erano esperti in queste discipline e hanno lasciato un segno indelebile nei territori in cui si sono insediati. Ancora oggi, infatti, molte città non solo italiane, ma europee e del bacino del Mediterraneo, conservano traccia dell’originaria pianificazione romana nel loro nucleo urbano più antico. Tuttora, la città di Roma è conosciuta come l’Urbe per eccellenza.

L’abilità e la perizia dei Romani nel costruire città, però, non sempre andavano di pari passo con l’attenzione per l’ambiente circostante.

Nell’antichità i pericoli ambientali rappresentavano una minaccia meno allarmante rispetto a oggi: il cambiamento climatico, la tutela delle acque marine e dell’aria, la ricerca di fonti di energia pulita e rinnovabile non erano certo temi di attualità,  e la sensibilità ambientalistica non era affatto diffusa quanto lo è ora.

Per questo, i Romani piegarono la natura alle loro esigenze, esaltando l’ideale dell’homo faber, in grado di forgiare una seconda natura con le sue stesse mani. L’intervento umano segnò profondamente il paesaggio naturale attraverso la creazione di acquedotti, sistemi di irrigazione, strade,…

Eppure, già nel I secolo a. C., intellettuali e poeti come Lucrezio denunciavano l’impatto devastante dell’attività dell’uomo sull’ambiente e le loro terribili conseguenze, come la difficoltà di avere accesso all’acqua potabile e di smaltire i rifiuti:

E ormai la nostra epoca è così indebolita e la terra esausta che un tempo diede vita a tutte le specie e generò possenti corpi di fiere, è così sterile e spossata dal parto che a stento mette al mondo piccoli esseri. Perché, credo, non una fune d’oro ha calato dal cielo gli esseri viventi, né li ha generati il mare né i flutti che percuotono gli scogli: ma li ha partoriti
quella stessa terra che ora li nutre dal suo grembo.
In principio essa stessa creò spontaneamente per gli uomini
frutti rigogliosi, vigneti lussureggianti, fertili pascoli, quelli che oggi stentano a crescere, nonostante i nostri sforzi;
e affatichiamo i buoi ed esauriamo le forze dei contadini,
logoriamo l’aratro, appena sostentati dal raccolto;
a tal punto i raccolti scarseggiano e la fatica aumenta.

(Lucrezio, De rerum natura, II, 1144 ss., trad. di I. Gualdo)

L’impatto ambientale degli antichi Romani non può certo essere paragonato a quello contemporaneo. Eppure le conseguenze dello sfruttamento intensivo del territorio furono molto gravi per l’epoca.

Pensa ad esempio al cambiamento climatico. Le massicce deforestazioni per ricavare il legno necessario a costruire e a riscaldarsi, ma anche per lasciare spazio alle loro fitte reti stradali, causarono già all’epoca un discreto aumento delle temperature.

Inoltre, la fuliggine originata dal legno bruciato, disperdendosi nell’aria, determinò un inquinamento atmosferico molto nocivo per la salute, aggravato dalle emissioni di anidride carbonica provenienti da stufe e camini.

Le condizioni del sistema fognario complicarono la situazione: lo studioso Jêrome Carcopino ci racconta che la maggior parte delle abitazioni non era servita dalle acque degli acquedotti e non aveva un sistema di scarico delle acque sporche nelle fogne, che di conseguenza venivano riversate nelle strade, rendendo l’aria irrespirabile e malsana.

Anche per questo i Romani più ricchi, che avevano la possibilità di trascorrere lunghi periodi nelle loro case di campagna, non esitavano a lasciare la città. Ce lo racconta, tra gli altri, il filosofo Seneca, vissuto nel I sec. d.C., in una delle sue Lettere a Lucilio:

Mi domandi dunque come mi è venuta quest’idea di partire? Non appena ho preso le distanze dall’aria pesante della città e da quell’odore di cucine fumanti che effondono vapori pestilenziali insieme alla polvere, ho iniziato subito a percepire un miglioramento delle mie condizioni di salute.

(Seneca, Epistulae ad Lucilium, 104, 6; trad. I. Gualdo)

Soltanto le classi sociali più elevate però godevano di questo privilegio, mentre i più poveri erano costretti a subire i danni dell’inquinamento sulla loro salute e sul loro benessere.

Sappiamo inoltre che i Romani facevano un ampio uso di piombo e argento, che estraevano dalla  galena, un solfuro di piombo di cui ci ha lasciato una descrizione anche lo scrittore e naturalista del I sec. d. C. Plinio il Vecchio. Questi metalli erano usati per costruire le condutture degli acquedotti, le armi, le monete e molti altri oggetti. Per coniare le monete era necessario separare l’argento dal piombo riscaldandoli a 1.200°C. Questa operazione causava il rilascio nell’atmosfera di notevoli quantità di metalli pesanti, molto inquinanti e deleteri per la salute, che nel tempo sono stati immagazzinati nei ghiacciai perenni, dove ancora oggi se ne trova traccia.

Come potrai immaginare, l’attività di estrazione si intensificava nei periodi di pace, quando i commerci e la circolazione di denaro rifiorivano. Infatti i due picchi di inquinamento dovuto ai metalli pesanti risalgono all’età repubblicana, tra il 350 e il 100 a.C., e all’età imperiale (tra l’anno 0 e il 200 d.C.).

Grazie al trattato De architectura di Vitruvio, architetto e scrittore romano del I sec. a. C., sappiamo che già all’epoca i Romani erano consapevoli del fatto che l’uso di questi metalli per trasportare l’acqua fosse nocivo per la loro salute:

Inoltre in questi tubi (di terracotta) l’acqua è molto più salubre, perché in quelli di piombo si produce la cerussa, che si dice nociva per l’uomo. E se è dannoso ciò che si produce da qualche altra cosa, è indubbio che anche quest’ultima non sia salubre. Possiamo vederne un esempio in quelli che lavorano il piombo, e hanno il colorito pallido. Quando nella fusione il piombo prende aria, il vapore che ne deriva invade le membra e, bruciando, toglie ad esse le virtù del sangue. Se dunque vogliamo avere acqua salubre, non dobbiamo trasportarla attraverso tubature di piombo.

(Vitruvio, De architectura, 8, 6, 10-11; trad. V. Paduano)

Romani ecologisti ante litteram?

Eppure, rispetto ad altri popoli dell’antichità, i Romani dimostrarono in diverse occasioni una sensibilità e una coscienza ecologica fuori dal comune.

Cicerone, ad esempio, ci racconta che Romolo scelse il luogo in cui fondare Roma non soltanto per via della sua posizione strategica, che avrebbe difeso la città da eventuali attacchi nemici, ma anche in virtù della salubrità dell’aria.

Un precursore degli ecologisti che forse non ti aspetteresti fu Catilina, il famigerato promotore della congiura per impossessarsi del potere ai tempi del consolato di Cicerone.

Secondo Sallustio, lo storiografo che ha dedicato un intero libro alla vicenda, Catilina si oppose fermamente a quelli che oggi definiremmo gli “ecomostri” dei Romani più facoltosi, come ad esempio il suo acerrimo nemico Lucullo, che alteravano irrimediabilmente il paesaggio costruendo le loro sontuose ville:

E in effetti chi, che sia davvero uomo, può tollerare che costoro abbiano così tanto denaro da dissiparlo per costruire sul mare e per spianare i monti, mentre noi non abbiamo neppure i soldi necessari a sopravvivere?

(Sallustio, De Catilinae coniuratione, 20, 11; trad. I. Gualdo)

Come potrai facilmente immaginare, la condanna di Catilina riguarda non soltanto l’indubbio danno ambientale, ma soprattutto lo spreco di denaro.

Inoltre, è molto probabile che la sua polemica fosse animata anche dalla rivalità nei confronti dei suoi ricchi oppositori che, come Lucullo, si erano schierati politicamente contro di lui e al fianco di Cicerone.

Qualche tempo dopo, in età augustea, quando le guerre di conquista portarono a Roma ricchezze straordinarie, anche il poeta Orazio biasimò duramente il lusso sfrenato dei ricchi e la loro smania di costruire ville sempre più grandi e sfarzose, dotate di ampie piscine e decorate con piante esotiche che sottraggono spazio alle coltivazioni agricole e snaturano il paesaggio:

«Ormai le ville lussuose lasceranno / ben pochi iugeri all’aratro; / dovunque si vedranno piscine più ampie / del lago Lucrino e il platano sterile / soverchierà gli olmi. E allora le viole / e i mirti e tutti i fiori profumati / soppianteranno i fertili /oliveti dell’antico padrone»

(Orazio, Odi, II, 15, 1-7, trad. di I. Gualdo).

Insomma, sarebbe anacronistico attribuire ai Romani nello specifico, e ai popoli dell’antichità in generale, una consapevolezza ecologica paragonabile a quella dell’età contemporanea.

È interessante però notare la precoce sensibilità di un’epoca così distante dalla nostra, e le radici profonde degli squilibri ambientali che oggi minacciano il nostro pianeta.

E tu cosa pensi che dovremmo fare per ridurre l’impatto degli esseri umani sull’ambiente, e quali difficoltà ci impediscono di avere uno stile di vita più sostenibile? Pensi che la scuola possa contribuire a realizzare questo cambiamento?

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About Irene Gualdo

Mi chiamo Irene e sono un’insegnante di materie letterarie e latino. Terminati gli studi all’università ho conseguito l’abilitazione all’insegnamento e, grazie al concorso ordinario del 2016, ho incominciato a insegnare in un liceo di Roma. Dopo l’abilitazione, mi sono specializzata nelle attività didattiche di sostegno e mi sono addottorata in filologia italiana.

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